300: L’alba di un impero

07/03/2014

di Noam Murro
con: Sullivan Stapleton, Eva Green, Lena Headey, Hans Matheson, Rodrigo Santoro, David Wenham, Callan Mulvey, Jack O’Connell

 

Quando sequel non fa rima con prodotto di qualità.

“300 – L’alba di un impero” (“300 – Rise of an Empire”) è il midquel del cult generazionale “300” di Zack Snyder del 2007, ispirato sempre al romanzo grafico “Xerses” di Frank Miller, lanciato in Italia da Warner Bros. per la regia di Noam Murro, che annovera ancora Snyder, ma solo come executive producer e distribuito da Legendary Pictures e Warner Bros. Pictures.
Persi per strada gli attori simbolo del gioiello del 2007 Gerard Butler e Michael Fassbender (e mantenuto il solo Rodrigo Santoro come nome di richiamo) il cast ha arruolato fra le sue fila Sullivan Stapleton (lo stratega ateniese Temistocle) ed Eva Green (la regina di Caria Artemisia I alleata di Serse I di Persia), perdendo però quell’allure (prettamente al maschile e testosteronico) misto a quel fascino che avevano reso il primo film un vero manifesto cine – pop culturale.
“300 – L’alba di un impero” racconta la battaglia di Capo Artemisio fra Greci e Persiani, svoltasi negli stessi giorni della ben più nota battaglia delle Termopili;
uscito contemporaneamente e balzato in testa al box office sia in Italia che negli Usa (con quasi 90 milioni di dollari di incasso worldwide nel primo week end di programmazione), il film con la sua flotta sembra però non offrire nulla di eccitante al panorama cinematografico: se oramai le classifiche e le sale sono piene quasi esclusivamente di sequel, reboot e rifacimenti vari e il celebre grido “Questa è Sparta!” del primo “300” sarà difficilmente replicabile, viene da chiedersi cosa effettivamente possa apportare di innovativo e immaginifico un film come questo, che dall’inizio offre la sensazione di brancolare nel buio creativo del suo script, troppo legato al suo essere cronologicamente storico (neppure si trattasse di un documentario di History Channel), senza un minimo accenno di quella salsa pop che aveva farcito la prima pellicola. Gli americani nel loro modo di fare film storici recenti non hanno mai brillato per l’esattezza dei fatti raccontati sacrificati sull’altare di effetti speciali di ogni tipo, ma la sensazione viva è che qui, esclusi gli effetti speciali, che sanno però di trito e ritrito, di interessante rimanga ben poco.
Tolta di mezzo e data per scontata l’inespressività recitativa della Green (ferma ancora ai fasti dei suoi esordi con Bertolucci), nessuno del cast sembra entrare nella memoria collettiva, senza riuscire a brillare di luce propria (ma nemmeno riflessa), rimanendo lontane le mirabolanti e precedenti interpretazioni dei protagonisti del primo episodio: se nel primo film, nonostante si trattasse di una pellicola “storica” non mancavano pathos e successioni di fatti narrati in modo rapido e accattivante, in questo midquel si rasenta il piattume narrativo con uno script che appare poco incisivo e noioso nel suo divenire.
Deludente sotto molti (troppi) punti di vista, il film non appare essersi mai mosso in realtà dal 2007, riproponendo quel copione della graphic novel che all’epoca del primo “300” sembrava rivoluzionario ma che, oggi appare evidente, ha esaurito la sua spinta propulsiva e affascinante perché diverso.

Voto: 5,5

Alessandro Orecchio

Nella recente ondata di “pepla” generati dal successo mondiale de “Il Gladiatore” (2000) di Ridley Scott, il quale ebbe il merito di riportare in auge un genere pressochè estinto, “300” (2007) di Zack Snyder si impose sin dall’inizio come un piccolo classico, un film spartiacque che ripensava profondamente il “peplum” ibridandolo con il linguaggio del fumetto e del videogame, definendo una nuova estetica adeguata ai tempi. “300” non mancava inoltre di riferimenti più complessi, dal neoclassicismo posticcio della pittura pompier ottocentesca all’estetica dell’immaginario “fascista”, doviziosamente illustrata in “Fantasie virili” di Klaus Thewieleit. Le orme di Snyder, che si è confermato un audace sperimentatore anche con i successivi “Watchmen” e “Sucker Punch” (un po’ meno con “Man of Steel”…), non sono state però seguite dai suoi epigoni. E così ultimamente abbiamo avuto i pessimi “Scontro tra Titani”,”La furia dei Titani”, “Hercules, la leggenda ha inizio” e “Pompei”, i quali si sono limitati a soffocare il genere di Francisci e Cottafavi con un’incontinente superfetazione di effetti digitali. Persino il povero Tarsem Singh è caduto nella trappola, realizzando con lo sventurato “Immortals”  un monumento al kitsch più deteriore.
Vista l’impossibilità di proporre un sequel al film originale, stante la morte eroica di Leonida e degli spartani tutti, si è pensato di sviluppare una vicenda che si svolgesse in contemporanea alle Termopili, basandosi sulla graphic-novel “Serse” di Frank Miller, realizzata per l’occasione. Nel 490 A.C. a Maratona, durante la prima invasione persiana, i greci ricacciano in mare gli invasori e l’ateniese Temistocle ferisce a morte Re Dario. Dieci anni dopo i persiani tentano una seconda invasione. Mentre Serse attacca da terra alle Termopili, la sua alleata Artemisia di Caria, comandante in capo dell’imponente flotta persiana, sferra dal mare l’attacco destinato ad annientare le navi ateniesi. Temistocle, Generale di Atene, spera che le città-stato greche si uniscano contro la minaccia imminente e invoca l’aiuto di Sparta. La Regina Gorgo ritiene però che con la morte di Leonida e dei 300, Sparta abbia sacrificato fin troppo alla Grecia, e rifiuta di inviare navi in suo soccorso. Temistocle, a capo dell’esigua flotta ateniese, dovrà allora tenere testa al nemico nelle battaglie di Capo Artemisio e di Salamina.
Se “300” era un film declinato al maschile con un palese sottotesto omoerotico, questa volta la protagonista è Artemisia di Caria, la quale possiede tutto il carisma che difetta al suo antagonista ateniese. Greca di nascita, Artemisia ha visto il proprio villaggio dato alle fiamme e i suoi genitori massacrati ad opera di altri greci. Stuprata, venduta come schiava e data per morta, la ragazza è stata soccorsa da un emissario persiano e allevata da Re Dario, alla cui corte è divenuta una letale guerriera. Cresciuta nell’odio per la sua terra d’origine e tormentata dalla sete di vendetta, Artemisia è la vera artefice dell’ascesa al potere del Dio-Re Serse; spietata combattente che non esita a punire crudelmente i propri inetti generali, possiede anche tutte le stimmate dell’autentica “femme fatale”. Non solo bacia teste mozzate come una Salomè ante litteram, ma tenta di sedurre Temistocle durante un abboccamento notturno, che si risolve in un amplesso/scontro di sensuale aggressività. Il Generale ateniese, d’altro canto, è assai meno caratterizzato di Leonida e il suo armamentario retorico meno convincente, anche perchè la democratica Atene si oppone al totalitarismo dell’Impero persiano con un’armata eterogenea composta di agricoltori, artigiani, artisti e poeti, i quali non condividono la rigida etica guerriera degli Spartani, e sono meno inclini a “cercar la bella morte”.
Questa volta Zack Snyder si ritaglia il doppio ruolo di produttore e sceneggiatore, affidando la regia all’israeliano Noam Murro, il quale rispetta con fin troppa devozione l’impostazione grafica dell’originale, attingendo alla medesima palette di colori desaturati ma aggiungendo un surplus di dinamismo. Se Snyder componeva elaborati “tableaux vivants” esaltando i tagli d’inquadratura delle tavole di Frank Miller, Murro preferisce far compiere acrobatiche evoluzioni alla macchina da presa, che si avventa sugli attori dalle angolazioni più inaspettate. L’approccio ipercinetico del regista fa guadagnare qualcosa sul versante del coinvolgimento dello spettatore, ma tralascia totalmente la dimensione epica, che ha bisogno del congelamento dato dalla distanza, del freeze-frame come artificio retorico, dello sfasamento temporale. L’epos ellenico, evocato dalla voce narrante di Gorgo, si sfalda in una furia concitata, in una visione della Storia come perpetuo mattatoio, frastornante incubo digitale screziato di rosso. Non mancano arti mozzati in slow-motion e secchiate di sangue e retorica, ma l’impressione è che Murro, pur dimostrandosi all’altezza del compito, non riesca a comporre una sola immagine inedita.
Tornano Lena Headey nel ruolo della Regina Gorgo e Rodrigo Santoro nella parte di Serse, mentre Sullivan Stapleton (Animal Kingdom) non regge il confronto con la presenza fisica e la foga strafottente di Gerard Butler, facendosi inoltre eclissare da un’indemoniata Eva Green, la quale si impone con una “cattiva” da manuale.
“300: L’alba di un impero” ha il difetto di non riuscire ad affrancarsi dal modello, figuriamoci di superarlo, ma si piazza comunque una spanna sopra a prodotti consimili.

Voto: 6

Nicola Picchi