La storia della Principessa Splendente

08/11/2014

di Isao Takahata
con:

Il Taketori monogatari (“Racconto di un tagliabambù”, ca. 920) è assai noto in Giappone. Narra di una bambina (Kaguya) nata da una pianta di bambù e che cresce velocemente, trasformandosi in una meravigliosa giovane. La ragazza si trasferisce in città, dove rifiuta un pretendente dopo l'altro e in una notte in cui la Luna è piena vi fa ritorno, assieme a degli esseri celestiali che sono venuti a riprenderla. Non si saprà mai però il motivo per cui la principessa Kaguya sia stata inviata sulla Terra.

Per prima cosa, due riflessioni sull'opera che ha ispirato questo anime. Il Taketori monogatari, di cui non si conosce l'autore, è considerato da molti studiosi di letteratura giapponese il capolavoro del Periodo Heian, secondo solo al Genji monogatari (ca. 1001) di Murasaki Shikibu. Prima della storia di Kaguyahime, nessuna opera narrativa in lingua giapponese aveva toccato tali complessità, sia nel linguaggio, che nella scrittura. Trattasi dunque di un vero caposaldo della letteratura dell'Arcipelago, la cui lettura pone non poche difficoltà, per l'utilizzo di una complessa tecnica mista di scrittura, nonché per i vari riferimenti ai classici cinesi.

Il film si apre con degli stupendi, e purtroppo sin troppo brevi, titoli di testa, che riprendono le trame dei tessuti giapponesi, in particolare dei kimono. Si percepisce perciò immediatamente di avere a che fare col Giappone tradizionale. La storia di questa principessa è intrisa di quella  raffinatezza giapponese del periodo pre-samuraico, così legata alla Natura, la quale ci viene ben mostrata in questa opera dove traspare un autentico amore per il disegno. Il film di Takahata ripropone molti di quegli elementi nipponici così cari a Roland Barthes: l'eleganza femminile, la sofisticata estetica del vivere quotidiano, e sempre e comunque il segno/tratto che si incontra ovunque nella cultura giapponese vera, dalla scrittura al cibo, il quale, ad esempio, appare ai nostri occhi occidentali quasi “disegnato”, più che preparato. Pensiamo, non tanto al sushi, quanto alla composizione degli Obentō: scatole riempite di varie pietanze, disposte in modo ordinato in appositi settori. Tutta questa raffinatezza la ritroviamo nell'anime di Takahata.

Il film ha richiesto un lungo periodo di gestazione, e il regista fa ritorno a quel tratto macchiettistico del suo My Neighbors the Yamadas (1999) – forse la produzione animata giapponese più divertente di sempre, insieme all'indimenticabile Maison Ikkoku (1986 – 1988) di Rumiko Takahashi –  dove le scene sembrano uscire direttamente dalle pagine di un manga. Ritroviamo anche le musiche di Joe Hisaishi: un nome che appare regolarmente nelle produzioni dello Studio Ghibli come compositore di colonne sonore per i film diretti proprio da Takahata e dal sul storico, e più celebre, sodale Hayao Miyazaki. A proposito delle due “anime” dello Studio Ghibli, non a caso abbiamo affermato come  Miyazaki sia più “celebre” del suo collega, ma non certo più bravo. Il confronto tra questi due autori ci ricorda a tratti quello tra Akira Kurosawa e Yasujirō Ozu, con il primo assolutamente più amato e conosciuto in Occidente del secondo. Ciò è dovuto al fatto che Kurosawa, come Myazaki, ha girato dei film con delle storie spesso universali, mentre Ozu e Takahata sono due autori intimamente nipponici, dunque meno appetibili per un pubblico non avvezzo a questa raffinata cultura.

La storia della Principessa Splendente è una pellicola che può essere solo  vista, raccontarla sarebbe sostanzialmente inutile, poiché trattasi di un piccolo capolavoro nel quale tutto passa attraverso le suggestioni che nascono dalle immagini. Un meraviglioso “viaggio visivo” nel Giappone tradizionale, dove la grazia la si ritrova nella semplicità. Un paese, quello del Periodo Heian, come detto, ben lontano dalla cultura samuraica che avrebbe preso il posto, con le sue ferree regole morali, di quella società fatta di innamoramenti tra prìncipi e cortigiane e dove la vita era all'insegna della Bellezza. Splendente l'anime di Takahata non lo è dunque soltanto nel titolo, bensì nel profondo e forse solo lui poteva raccontare quel Giappone che Goffredo Parise sapientemente descrisse, definendolo un luogo in cui: “l'eleganza è frigida”, ovvero solenne e assolutamente non corrotta e nemmeno fine a se stessa, come avviene spesso per l'arte nell'Occidente di oggi. La visione di questo film può essere per un bambino il miglior modo per incoraggiarlo a interessarsi a questo paese, così da creare dei veri yamatologi, che hanno sin da subito le idee chiare su cosa sia o non sia il Giappone autentico, capendo che si tratta di un cultura colta e sofisticata.
Takahata continua a farci versare lacrime, anni fa lo fece con la straziante storia di due orfani durante la guerra ne Una tomba per le lucciole (1988), oggi con una pellicola che tocca il “sublime”, purtroppo una “parolaccia” ormai nel nostro mondo. Tuttavia, è proprio questa la caratteristica del sublime, spingere l'animo così in alto da suscitare la commozione.

Voto: 8,5

Riccardo Rosati