Lettere di uno sconosciuto

21/03/2015

di Zhang Yimou
con: Chen Daoming, Gong Li as Feng Wanyu, Zhang Huiwen, Guo Tao

Lu e Feng (Gong Li) sono una coppia di studiosi molto unita e dalla mentalità moderna. Gli stravolgimenti del periodo maoista li costringono a separarsi quando lui viene arrestato e mandato in un campo di lavoro come prigioniero politico. Rilasciato nel corso degli ultimi giorni della Rivoluzione Culturale, Lu riesce finalmente a tornare a casa, ma solo per scoprire che la moglie è affetta da amnesia e ricorda ben poco del suo passato. Incapace di riconoscere il coniuge, Feng continua ad attenderne pazientemente il ritorno.
Lu però non molla e con la ritrovata complicità della figlia, è deciso a far rivivere il passato, in modo da risvegliare i ricordi dell'amata moglie...

Chi ha una discreta infarinatura di cinema, durante la visione delle primissime scene di questo film, non può non aver pensato al capolavoro di Bernardo Bertolucci L'ultimo imperatore (1987). L'opera di Zhang e quella del nostro regista hanno però in comune soltanto una cosa, la stigmatizzazione del furore iconoclasta delle guardie rosse nel periodo della Rivoluzione Culturale (1965 – 1969). Per il resto, la pellicola dell'autore cinese, per quanto più che discreta, non è nemmeno degna di essere lontanamente associata a quella di cineasta italiano.
 
Lettere di uno sconosciuto è un film solo alla apparenza essenziale, la sua posticcia povertà formale è in gran parte dovuta allo scarso utilizzo che in esso si fa della colonna sonora. Al suo posto, troviamo spesso i rumori industriali e metallici di una città disumanizzata; ovvero, una Cina grigia e uggiosa (il film è stato girato a Beijing e Tianjin), una immagine tipica di quel mondo anti-tradizionale che ha rappresentato il comunismo in molti paesi dell'Asia. Tuttavia, quando la narrazione tocca gli anni successivi alla famigerata Rivoluzione Culturale, irrompono un po' di luce e colore, come a voler dire: “il peggio è passato”.
 
Lungo tutta la trama, si ripropongo luoghi e situazioni per evidenziare lo scorrere del tempo, che è alla fine la tematica principale della pellicola. A esser sinceri, nessun altro luogo come la Cina incarna così bene l'idea di Tempo; l'Italia di certo ha avuto una storia assai più gloriosa e piena, ma il concetto stesso di passato, in quello che alcuni amano chiamare Celeste Impero o Paese/Terra di Mezzo (Zhongguo), è un tutt'uno con la essenza stessa di questa nazione; ciò che è cinese nasce automaticamente antico; qui si trova il vero limite del film di Zhang: non aver biasimato il “vulnus” storico causato al suo Paese dal regime comunista, danno che ora continua, in modo paradossale, per colpa di un capitalismo totalitario che scimmiotta in vari casi il modello culturale statunitense.
 
Il cineasta orientale già da alcuni film si rivolge direttamente al pubblico cinese, quello massificato, dal gusto non raffinato e incline ad amare i sentimenti semplici. Non c'è più necessità, in colui che fu il più talentuoso esponente della cosiddetta “Quinta Generazione”, di cercare di proporre un prodotto di qualità. Basta soddisfare le banali esigenze di un mercato interno ricco quanto grossier e, specialmente, non infastidire il governo di Pechino. Ragion per cui, l'opera in questione si riveste di un certo interesse solo per coloro, tra gli occidentali, che hanno una certa dimestichezza con la cultura cinese contemporanea, visto che quasi ogni inquadratura è punteggiata da tanti piccoli dettagli, percepibili in modo chiaro solo da un “occhio esperto”. Non vogliamo certo sostenere che questo sia un film esclusivamente per gli addetti ai lavori. Vero è però che trattasi pur sempre di un'opera che probabilmente può alla fine avere un senso solo per chi sa di “cose cinesi”, altrimenti si brancola all'interno di una pellicola che non ha né la potenza formale di Lanterne rosse (1991), né la comicità e capacità descrittiva della odierna società cinese che troviamo in Keep Cool (1997).  

Zhang è ormai lontano, e non solo per gli anni passati, dal suo giustamente celebrato esordio, quel Sorgo rosso (1987) dove riuscì a mediare tra arte e tema politico. Egli è ora un autore “istituzionalizzato”. Diciamo questo, poiché ben sappiamo come oggi in Cina la Rivoluzione Culturale la si possa raccontare in tutta la sua barbarie, giacché anche il governo ne ha riconosciuto le atrocità, ma oltre non si può andare! Non sia mai allora che il più rinomato tra i registi cinesi sfidi le autorità in Patria. Infatti, non appena nel suo film si superano quei pochissimi anni dei quali è consentito parlar “male”, la riflessione politica praticamente svanisce, per lasciar spazio al nostalgico rapporto tra i due coniugi. Non possiamo nemmeno definirla una occasione persa, in considerazione del fatto che non si tratta di un brutto film, ma specialmente non ci sentiamo di definirla tale, visto che da Zhang Yimou non ci aspettiamo più nulla da tempo.

Voto: 6,5

Riccardo Rosati

Cina, 1975.
Durante la Rivoluzione Culturale DanDan, una giovane ballerina aspirante al ruolo principale nell’Opera Rivoluzionaria “Il Distaccamento Rosso femminile”, si trova in grande difficoltà quando suo padre fugge da un Laogai e tenta di contattare la famiglia. Feng Wanyu, madre di DanDan accetta di vedere il marito ma la polizia, allertata dalla ragazza che cerca in tutti i modi di raggiungere il suo scopo, li blocca alla stazione e l’uomo viene di nuovo arrestato. Anni dopo tornerà a casa e tenterà una difficile riconciliazione con il passato e con la famiglia.

Seconda trasposizione di un’opera di Yan Geling, di cui Zhang Yimou aveva già adattato I Fiori della guerra, questo Coming Home guarda ancora una volta alla Rivoluzione Culturale, come nel bellissimo Under the Hawthorn Tree (Shānzhāshù Zhī Liàn) del 2010 e, come in quel caso lascia sullo sfondo i fatti storici e racconta di un amore tra persone travagliate dalla fede rivoluzionaria e travolte dai loro stessi ideali.
Lu Yanshi è un professore durante la Rivoluzione Culturale e già questo in sé fa di lui un Nemico del Popolo, classificato come “elemento di destra” e mandato a “rieducarsi attraverso il lavoro” lui sfugge all’internamento ma, quando tenta di avvicinare la famiglia, si trova tradito dalla sua stessa figlia e rispedito al Laogai.
DanDan è invece una giovane ballerina, educata all’obbedienza cieca al Partito e con il miraggio di ottenere la parte principale nell’Opera Rivoluzionaria più rappresentata in tutti i teatri del paese, denuncia il suo stesso padre provocando l’arresto dell’uomo e il ferimento di sua madre.
Dopo la fine della Rivoluzione Culturale, alla morte del Grande Timoniere e in piena Campagna di Riabilitazione delle vittime degli eccessi di fervore rivoluzionario, operata dal Compagno Deng, Lu può tornare a casa e là riprendere la sua vita. Ma il passato ha lasciato un indelebile marchio nella mente della sua compagna e lui dovrà tentare una difficile riunione con la sua famiglia.

Metafora di un “Sole dell’Avvenire” che tarda a sorgere questo Coming Home è un’altra di quelle storie che raccontano del difficile cammino di riconciliazione col passato che ancora affligge una delle nazioni più potenti e travagliate della storia. Se da una parte Zhang mette l’attenzione sulle dinamiche di delazione che spesso hanno distrutto intere famiglie a quei tempi, dall’altra ci racconta di un amore che sopravvive a tutto questo e che, ancora una volta, dimostra di essere l’unica cosa in grado di aiutare le vittime della Storia e superare il loro passato.
Zhang illustra senza giudicare quello che è il prezzo pagato dal Popolo a una Rivoluzione che spesso ha finito per rivoluzionare soltanto le loro vite e non ha certo portato i frutti che prometteva a chi accettava di piegarsi a un’ideologia di difficilissima applicazione pratica. Se è pur vero che i nemici di classe vanno denunciati, non è certo possibile che un’intera nazione si rivolti, senza gravi conseguenze sul suo futuro produttivo, contro ogni forma di autorità in nome di un ordine nuovo al di là da venire.
Lu e DanDan sono le uniche possibili conseguenze di uno scriteriato uso dell’ideologia a esclusivo  favore del controllo delle masse operato da un imperatore senza nessuna corona. Sulle macerie di quel passato, sembra dire Zhang, la nuova Cina riscopre i soli valori in grado di unire e far progredire una nazione: la Famiglia e l’Amore.

Una potentissima Gong Li è Feng Wanyu, moglie devota e sacrificata sull’altare delle ambizioni della sua stessa figlia, mentre Chen Daoming è un Lu dal passato disegnato su un volto carico di consapevolezza ed emozioni soppresse.
La regia, da sempre punto di grande forza dei lavori di Zhang Yimou è tra le più evocative e poetiche degli ultimi anni e, con il solo ausilio di una fotografia che tocca l’anima, ci racconta per immagini tutto quel che non sarà mai possibile esprimere con le parole.

Voto: 8

Anna Maria Pelella