L'Ultimo Lupo

25/03/2015

di Jean-Jacques Annaud
con: William Feng Shaofeng, Shawn Dou, Ankhnyam Ragchaa,  Basen Zhabu, Yin Zhusheng, Baoyingexige

Nel 1967, lo studente pechinese Chen Zen parte verso la Mongolia insieme all'amico Yang Ke. Una volta arrivato imparerà ad apprezzare la cultura dei nomadi, rimanendo affascinato dal loro modo di vivere in armonia con i cicli della natura. Bilig, il capo della tribù, gli insegnerà a temere e ad ammirare i lupi, esseri dalla natura semidivina cari a Tengger, tanto che Chen Zen deciderà di adottare un cucciolo, malgrado il parere contrario degli uomini del villaggio.
"Il Totem del lupo" di Jiang Rong (nom de plume di Lü Jianmin) è stato il primo caso di best seller  cinese i cui diritti sono stati venduti in tutto il mondo. Il romanzo, spesso ripetitivo e farraginoso, è un intreccio tra fiction e saggio antropologico in cui l'autore rievoca gli anni passati nella Mongolia Interna quando, agli albori della Rivoluzione culturale, lasciò Pechino per seguire le direttive del Grande Timoniere. Parzialmente apparentabile ad altre rievocazioni amarognole degli anni della Rivoluzione culturale, come "Balzac e la piccola sarta cinese" di Dai Sijie, il libro ha venduto in Cina oltre 5 milioni di copie, generando due sequel apocrifi e provocando accese polemiche, soprattutto per la sua esaltazione della cultura dei discendenti di Gengis Khan, a discapito di quella cinese; il confronto tra una società improntata al nomadismo e rispettosa dell'ecosistema e una società agraria e stanziale, si risolve in una netta sconfitta della seconda, senza contare che viene stigmatizzata a ogni piè sospinto la natura timorosa, pigra e passiva degli Han. La semplicistica equazione mongoli/lupi contro cinesi/pecore, si è guadagnata un polemico articolo di Liu Xiaobo (Il Totem del Lupo contro il Totem del Drago) mentre su Jiang Rong vale ricordare il sarcastico commento dello scrittore dissidente Ma Jian, che in "Polvere Rossa" ha chiosato: "Gli scrittori del movimento della "scoperta delle radici" scrivono di uomini e lupi, ma si guardano bene dal parlare del lupo più grosso di tutti: il Partito Comunista".
Era dal 2004 che la Beijing Forbidden City Film Corporation accarezzava l'idea di un adattamento cinematografico, ma senza risultati. Dopo che registi come Zhang Yimou e Peter Jackson hanno declinato l'invito, alla fine l'onere della regia è ricaduto curiosamente sul francese Jean-Jacques Annaud, il cui film "Sette anni in Tibet" (1997) cadde sotto la scure della censura di Pechino. Considerazioni politiche a parte, bisogna però riconoscere che non si poteva pensare a un regista più indovinato. Fautore di un cinema popolare dalla forte impronta spettacolare, Annaud ha sempre avuto l'occhio dell'etologo, e basti pensare all'orso dell'omonimo film o alle tigri cambogiane di "Due fratelli" (2004), unito a una spiccata fascinazione per le culture "altre" (Sette anni in Tibet, L'amante). Una volta sfrondato "Il Totem del lupo" dalle digressioni etno-antropologiche (grazie a ben quattro sceneggiatori), quello che resta è una generica parabola dal sapore ecologista che rammenta il vecchio "Nata libera" (1965) di James Hill, decisamente nelle corde del regista,.
Arrivato per educare i mongoli, lo studente Chen Zen verrà infatti educato. Condividere la vita dei nomadi lo condurrà attraverso un rapido processo di de-sinizzazione, durante il quale egli si spoglierà della propria cultura, per abbracciarne una differente con tutto l'entusiasmo del neofita. L'incontro con il lupo, poi, è per Chen Zen una vera e propria epifania, tanto è vero che non esiterà ad allevare un cucciolo malgrado le direttive contrarie del Partito. Bao Shungui, capo dell'unità di produzione, ha infatti ricevuto l'ordine di sterminare tutti i cuccioli di lupo, dopo che un branco ha fatto strage dei cavalli destinati all'esercito.
Annaud ha sempre mostrato una maggiore affinità con gli animali che con gli esseri umani, che al confronto risultano sempre pallidi e sbiaditi. "L’ultimo lupo" non fa eccezione, e i dilemmi esistenziali di Chen Zen passano rapidamente in secondo piano. Malgrado qualche momento intelligente, come quello in cui il protagonista tenta di giustificare il suo operato a forza di citazioni dal "Libretto Rosso", e persino un abbozzo di storia d'amore con la bella Gasma, senza animali nell'inquadratura Annaud inciampa, rallenta, perde il ritmo. Tutte le scene memorabili del film vedono i lupi protagonisti indiscussi, dalla straordinaria sequenza della caccia alle gazzelle a quella, notturna e magnifica, in cui i cavalli spinti dal branco sprofondano nel lago ghiacciato come i cavalieri teutonici di "Aleksandr Nevskij", fino alla scena d'impianto favolistico in cui i lupi fanno strame di un gregge di pecore. Ben assecondato dagli splendidi paesaggi della Mongolia e dalla smagliante fotografia di Jean-Marie Dreujou, il regista riesce quasi a farci percepire la compresenza di un mondo spirituale, liminare all'umano, di cui i lupi sono simbolo e insieme araldo. La scintilla divina dell'animale, le sue qualità di forza, coraggio e perseveranza, la ferrea struttura sociale del branco, interessano Annaud molto più degli struggimenti amorosi di Chen Zen o della distruzione delle praterie mongole ad opera dei coloni cinesi.
Recitato fortunatamente in mongolo e in cinese, e non nella lingua franca delle coproduzioni, "L’ultimo lupo" è anche un tassello significativo nella rincorsa cinese al blockbuster globale, in grado di imporsi sui mercati internazionali.

Voto: 6,5

Nicola Picchi