Youth - La Giovinezza

21/05/2015

di Paolo Sorrentino
con: Michael Caine, Harvey Keitel, Rachel Weisz, Paul Dano, Jane Fonda

In un elegante albergo ai piedi delle Alpi svizzere Fred (Michael Caine) e Mick (Harvey Keitel), due vecchi amici alla soglia degli ottant’anni, trascorrono insieme una vacanza primaverile. Fred è un compositore e direttore d’orchestra in pensione, Mick invece un regista ancora in attività, alla ricerca di una buona storia per quello che sarà probabilmente il suo ultimo film. Guardando con curiosità e tenerezza la vita problematica dei figli, l’entusiasmo confusionario dei giovani collaboratori di Mick e gli altri ospiti dell’albergo, i due anziani cercano di capire cosa ne sia stato delle loro esistenze; il perché ormai trovino così difficile riuscire a comunicare i propri sentimenti, senza esorcizzare il tutto sempre con una cinica ironia.

Non abbiamo dubbi, trattandosi di Paolo Sorrentino, che “Youth” è un film che dividerà la critica. Ciò è per noi un dato assai positivo, giacché la vacuità culturale di molti addetti ai lavori nostrani aveva già trattato con sufficienza “La grande bellezza” (2013), e sappiamo tutti come è andata a finire: una sequela di premi, sino ad arrivare all'Oscar! Sicuramente, questa ultima opera del regista napoletano non riscuoterà lo stesso successo – difficile segnare la storia della Settima Arte ogni volta – tuttavia si tratta senza dubbio di una pellicola assai ispirata.

Per chi conosce bene le sue opere, non sorprende l'importanza data alla colonna sonora da parte di Sorrentino. Il suo è un cinema artistico, senza intendere questo termine nel modo borioso che piace a tanti cinéphile. Le musiche in Sorrentino sono parte essenziale della orchestrazione della inquadratura, suggeriscono lo stato d'animo allo spettatore; a tal proposito in questo film ritornano le sonorità mistiche del compositore americano David Lang, che hanno contribuito non poco alla riuscita de “La grande bellezza”.

Il regista ricapitola tutti i suoi stilemi; ecco che in “Youth” troviamo allora una scena di apertura dal forte impatto visivo. Del resto, Sorrentino è assolutamente un uomo di Cinema, dunque nei suoi lavori è il “vedere” ciò che conta davvero, tutto, finanche i concetti stessi, passa attraverso l'occhio di chi guarda. Così è stato per “La grande bellezza” e lo stesso vale per questa ultima pellicola. Comunque sia, se Sorrentino ha un modo di girare ben preciso, è altresì vero che non ha mai fatto un film uguale all'altro; infatti, “Youth” è formalmente simile a “La grande bellezza” e forse ancor di più a “This Must Be the Place” (2011), ma esso presenta alcuni elementi di assoluta novità: è una storia fatta totalmente di dialoghi e non più di monologhi e silenzi; magnifici sono i “duetti” tra i protagonisti, specialmente tra Caine e Keitel. La vera novità è però un’ altra, sarebbe a dire che per la prima volta un film di Sorrentino fa ridere, grazie a una ironia semplice, ma intelligente. A dire il vero, è raccomandabile la visione dell'opera in inglese, visto che molta della comicità è trasmessa da un ottimo utilizzo di tale lingua, tanto che in questo caso persino gli americani parlano decentemente. Perciò, un plauso va senz'altro al lavoro di adattamento e traduzione in inglese della sceneggiatura originale, scritta dallo stesso Sorrentino. 

Pellicola dopo pellicola, il nostro regista si evolve, resta uguale solo nella forma, ma cambia continuamente nella sostanza. Un solo dato resta però immutato nelle sue storie: un forte senso di antimodernità. Sorrentino ama quasi ostentare il Bello, che siano le meraviglie di Roma o, come in questo caso, i paesaggi alpini. Vi è in lui un palese disagio nei confronti di ciò che è brutto ed eccessivamente realistico, da qui il motivo della poca simpatia che egli gode nell'ambito della sinistra italiana, così amante delle storie “impegnate”, dove sovente il laido la fa da padrone. Quanto si sbagliano costoro, poiché il cinema di Sorrentino è impegnatissimo e, persino, politico, ma non come piacerebbe ad alcuni, a mo' di pamphlet di partito, bensì nella manifestazione della condizione umana, attraverso una parziale fuga dalla realtà. In fin dei conti, i due protagonisti di “Youth” non sono forse degli uomini in fuga?

Grazie alla maestria di Luca Bigazzi, col quale ormai forma una accoppiata magnificamente rodata, Sorrentino anche in questo film raramente presenta delle inquadrature banali, nella continua ricerca di un virtuosismo estetizzante. Ritorna poi la “grande bellezza” italiana, stavolta con le inquadrature di Venezia, che ha fatto storcere il naso alla nostra intellighenzia gauchiste, inguaribilmente malata del morbo esterofilo. Geniali sono poi i cammei di Diego Armando Maradona, autentico idolo del regista, come si è capito nei suoi ringraziamenti alla consegna dell'Oscar. Ecco, già solamente per la sublime ironia con cui Sorrentino tratta il suo mito calcistico di gioventù, si capisce il talento di questo cineasta, il quale, per nostra fortuna, è italiano e riteniamo che, ad esempio, i francesi farebbero chi sa cosa per avere un artista come lui. Pensiamo inoltre che Sorrentino abbia così risposto a quelli che lo hanno criticato per il ringraziamento da lui rivolto al “Pibe de Oro” durante la Notte degli Oscar, magari giudicato poco “colto” e raffinato, e lo ha fatto a modo suo, forse pensando: “Ah sì? Allora lo metto come personaggio nel mio prossimo film”. Prima si è accennato alla Francia, Sorrentino non ha bisogno di sbraitare le sue idee come fa un Nanni Moretti – ambedue sono in concorso, insieme a  Matteo Garrone, per la prossima “Palma d'Oro” – per lui parlano i film, sono sufficienti questi. Del resto, Sorrentino la storia del cinema l'ha già fatta, Moretti no e mai la farà.

“Youth” è una pellicola quasi al contrario de “La grande bellezza”, con il suo respiro solenne e le vedute mozzafiato di Roma. Dalla Bellezza della Città Eterna, con questo film ci spostiamo a quella dei singoli individui, analizzando quello che c'è dentro noi esseri umani. Possiamo forse dire che il regista è passato da una opera totalmente ampia e di largo respiro, a una decisamente più intimistica, quasi “chiusa”, cosa che ci fa temere per il gradimento del pubblico. Se è vero che i film di Sorrentino semplici non sono mai, in questo caso possiamo addirittura parlare di una pellicola difficile.

Di cosa tratta “Youth”? Difficile a dirsi, non vi è una vera trama, ma una sequela di stati emotivi, che ti seguono per minuti persino dopo la fine della proiezione; una sublime pesantezza d'animo che spinge a guardarsi attorno, mutuando lo sguardo attento con il quale i protagonisti si osservano gli uni con gli altri. Se Konrad Fiedler elaborò per l'arte il concetto di “pura visibilità”, allora possiamo dire che questo ultimo lavoro del cineasta è un esempio di “pura emozionalità”; che vi sia o meno una narrazione ben strutturata non è poi così rilevante, quando si è pervasi da continui cambiamenti dello stato d'animo, vuoi per una battuta sarcastica, vuoi per la visione di fantasiosi personaggi che punteggiano la notte; e questa è arte. Probabilmente “Youth” è “solo” un grande film e non una autentico capolavoro come “La grande bellezza”, ma sicuro è che il regista in questione è un artista, perché sa per l'appunto emozionare. Certo che se taluni hanno al posto del cuore un pezzo di ferro, allora le nostre considerazioni lasciano il tempo che trovano.

Voto: 8

Riccardo Rosati

Si possono allestire complesse costruzioni di pensiero intorno al film “Youth” di Paolo Sorrentino. Resta il fatto che l’ultimo lavoro del regista napoletano è una ‘canzone semplice’, simile a quelle che il protagonista Fred Ballinger (Michael Caine), famoso direttore d’orchestra, ha composto per anni durante la sua carriera. Dietro la complessità può nascondersi, spesso, la più disarmante semplicità. Se Fred Ballinger rifiuta l’invito di suonare per la regina non è per raffinate divergenze tecniche come la scelta del soprano. Quella musica, l’unico linguaggio che Fred capisce, è un legame intimo con la moglie che non può essere contaminato da altri.
Oltre quello che è stato definito il manierismo di Sorrentino, al di là della sua elaborata fotografia artistica, si nasconde il tentativo di raccontare il comprensibile affollarsi di ricordi nell’età senile. Quando non è più possibile interrogare il futuro, tornano ad incarnarsi i fantasmi del passato.
È un leit motiv della regia sorrentiniana sperimentare romanzi di formazione su uomini ormai più che navigati. In “This must be the place” Cheyenne è una stramba rock star che si mette in viaggio per ritrovare le origini di una vita già vissuta. Lo stesso Gep Gambardella de “La grande bellezza” ritrova l’ispirazione quando ha 65 anni e capisce “che non può più perdere tempo a fare cose che non gli va di fare”. I due amici ottantenni de “La giovinezza”, nel tempo sospeso di una vacanza sulle Alpi svizzere, osservando i curiosi ospiti dell’albergo, sono al termine della loro carriera, uno direttore d’orchestra, l’altro regista cinematografico. Eppure hanno ancora molto da chiarire sul senso delle loro vite e su quanto lasciano in eredità ai propri figli. È “La montagna incantata” che Sorrentino regala non a due cugini poco più che ventenni com’è nel romanzo di formazione di Thomas Mann, ma a due amici con un’esistenza ormai tutta alle spalle. Se nell’opera dello scrittore tedesco l’incantesimo di quel tempo sospeso tra le montagne fa da preludio all’inizio di qualcos’altro ed è la quiete prima della tempesta, nel film il limbo incantato dove si muovono non solo i due protagonisti, ma tutte le grottesche figure solitarie, è la quiete dopo la tempesta della vita. Il ritiro spirituale di due anziani dove, nonostante il silenzio, l’esperienza di un tempo fa ancora tanto rumore.
Per Mick (Harvey Keitel) i fantasmi sono i personaggi dei suoi vecchi film. Li immagina agitarsi su una collina verde, mentre recitano battute confuse. Quale può essere l’ultima battuta dell’ultimo film che vuole girare e che sceglie di intitolare “L’ultimo giorno della vita”? E’ la domanda che lo tormenta tra quelle montagne. Per Fred il suo personale fantasma è la famiglia, le cose non dette alla moglie e le carezze non date alla figlia Lena (Rachel Weisz).
Un racconto di formazione a ritroso che chiarisce il senso dei titoli dei film di Sorrentino. Gli occorre la Roma vuota e decadente per eleggere a protagonista “La grande bellezza” che Gep scopre guardando ai ricordi del passato mentre, a 65 anni, si sta ancora ‘formando’. E gli occorrono i corpi segnati dal tempo e massaggiati nel resort svizzero per far emergere, per contrasto, la giovinezza. “Sa cosa l’attende là fuori? La giovinezza”, dice il medico a Fred. L’universo onirico dei ricordi spinge a doversi formare una seconda volta e a fare ordine nel passato, unica alternativa quando manca il domani. Lo sa bene il Maradona sovrappeso che viene omaggiato nel film.  Si rivede ragazzino, con la maglia numero 10. È il suo modo di pensare al futuro.

Voto: 8

Roberta Cordisco