Southpaw

10/08/2015

di Antoine Fuqua
con: Jake Gyllenhaal, Forest Whitacker, Rachel McAdams

Southpaw di Antoine Fuqua  presentato a Locarno in Piazza Grande il 7 agosto è stato accolto con grande entusiasmo ed emozione, sembrava non di vedere un film ma di essere sul ring!
Iĺ nuovo film del talentuoso Antoine Fuqua (autore, tra gli altri, di Training day e Broklinn' finest) è un atto d’amore verso la boxe ed il cinema classico americano anni ’70.
Ci son echi scorsesiani, Toro scatenato per capirci..., ma soprattutto c'è la saga di Rocky, per certi versi sembra la sintesi dei primi tre capitoli della saga stalloniana, prima di cavalcare con i nuovi Magnifici 7, infatti  in questi giorni il regista sta sul set del remake dell’omonimo capolavoro di John Sturges.
In Southpaw il regista mette in scena con potente carica emotiva una parabola di morte e redenzione utilizzando la boxe come grande metafora della vita.
Gli attori sono tutti perfettamente calati nei rispettivi ruoli; ottima l’interpretazione di Jake Gyllenhaal, pugile poderoso e determinato, marito e padre teneramente amorevole, amico leale tradito e abbandonato nel momento della caduta psicologica che trova nell’amore paterno la forza di risorgere, trovando un valido e solido sostegno nel suo nuovo allenatore, carismaticamente  interpretato dal grande premio Oscar Forest Whitaker. 
 Gran film che profuma di Oscar!

Voto: 8

Ettore Calvello

Trattenere la rabbia è come trattenere un carbone ardente con l’intento di gettarlo a qualcun altro; sei tu quello che si scotta.
(Buddha)

Prendere a cazzotti la vita per come ti ha trattato.
È riassumibile così la vita del campione dei pesi massimi leggeri Billy “The Great” Hope.
Grande Speranza di riscatto da un’infanzia inesistente, trascorsa in un orfanotrofio a Hell’s Kitchen, dove però ha avuto la fortuna di conoscere la sua donna Rachel e i suoi più cari amici, pronti a fargli da guardaspalle.
Le prime scene subito degne di nota: spiamo negli spogliatoi prima del match la commissione dedita al controllo del bendaggio mentre The Great ascolta in cuffia un cantato roboante che scandisce “I’m a motherfuckin’ Beast!”.
Nonostante lo porti a vincere sul ring, il mancino ha un grosso problema col controllo della rabbia che sfocerà in una tragedia familiare. Al primo incontro successivo, dopo essersi fatto massacrare senza colpo ferire, quasi cercasse di suicidarsi per mano altrui morso dai sensi di colpa, sbotta contro l’arbitro che tenta di stendere un velo pietoso sulla sua deludente prova atletica aggredendolo a testate con le ovvie conseguenze del caso, tradimento del suo agente incluso, il quale si schiera dalla parte del suo diretto rivale. Non pago, riprova a togliersi la vita schiantandosi contro un albero con la sua fuoriserie.
La “guardia” destra ha sempre avuto difficoltà a difendersi, tanto che un gioco padre-figlia è la conta delle ferite al volto dopo ogni lotta, testimone di ciò sia l’occhio sinistro perennemente pesto durante l’arco di tutta la pellicola. A dargli una mano a pararsi dai colpi della vita sarà il suo nuovo allenatore Tick Willis; accanto all’insegna della sua palestra campeggia la scritta “Offering a fair chance in a tough sport” (“Offrendo una possibilità onesta in uno sport duro”), che è esattamente quel che Billy cerca per riconquistare l’affetto e la stima di sua figlia.
La prima cosa che Tick insegna a Billy è l’umiltà: gli offre un posto da uomo delle pulizie: ritorno ai basilari in cui risuona il famoso ritornello “togli la cera, metti la cera” del cult Karate Kid. Il campione del mondo diventerà uomo sotto la supervisione del suo mentore.
Hoppy, un ragazzino che si allenava in quella palestra, viene ucciso dal padre mentre difendeva la madre: è decisamente un film sull’inconcludenza della violenza, tanto che nessuno dell’ambiente pugilistico gangsta style riesce a trarre alcuna soddisfazione dalla violenza in cui gravita, Billy rinasce mettendosela alle spalle o meglio riuscendo a gestirla.
Ottima prova dell’interprete del protagonista (in prima battuta sarebbe dovuto essere il rapper Eminem, il primo a vedere il girato), Jake Gyllenhaal, che dai tempi del ragazzino stralunato Donnie Darko ha fatto molta strada. Prima dell’assegnazione del ruolo non sapeva granché di pugilato, ma sei mesi di allenamento serrato con un professionista lo hanno temprato a dovere.
Non è la sola mossa che il regista Antoine Fuqua e lo sceneggiatore Kurt Sutter - con un padre pugile e il fiuto per la violenza sullo schermo: la sua serie tv Sons of Anarchy parla per lui – sferrano per rendere la pellicola più verosimile e brutale: un altro cantante hip hop famoso in tutto il mondo si spende sulle scene, l’imprenditore di boxe 50 Cent, amico di Floyd Mayweather.
Niente luci di scena, nessuna controfigura, effetti speciali ridotti all’osso, la retorica c’è, ma è inevitabile in un film sul pugilato, ne gronda meno rispetto a opere pur ottime come Million dollar baby.
Una storia di redenzione per gli appassionati del genere.

Voto: 6,5

Fabio Giagnoni