Inside Out

04/10/2015

di Pete Docter, Ronnie del Carmen
con:

Passano gli anni ma la bellezza si ripresenta in innovative forme; ed anche la maestria nel saper coniugare tradizione narrativa e innovazione tecnologica. Questa è casa Disney – Pixar: nota casa cinematografica, studio d’animazione, campo di sceneggiatura, fucina di emozioni.
L’ultima fatica si chiama: Inside Out. Narrazione totalmente incentrata sul lavoro costante del nostro celebral “quartiere generale” e dei suoi gestori, le emozioni; con altrettante emozioni al loro interno. Venduto come sempre al pubblico più infantile ma con risvolti, doppie trame, significati del tutto alle volte difficilmente alla portata di un adulto.
La reputazione ha giocato un ruolo importante nella scelta della visione, è vero, ma comunque una reputazione costruita nel tempo sulla base di tanti successi, compreso questo.
Il desiderio di descrivere la parte umana, psicologica, interattiva, a tratti buffa ma costantemente impregnata di profondità è diventato realtà con questo film.
Cinque personaggi: paura, gioia, rabbia, disgusto e tristezza si alternano nella gestione delle emozioni di ognuno di noi.
Ciò che colpisce maggiormenta rimane sempre l’indirizzo, ironico ma diretto, del messaggio di fondo che si intende dare alla trama. Una trama all’inizio obiettivamente chiara e statica ma che, già dal primo cambio d’inquadratura, diventa di differente comprensione.
Senza anticipare nulla: è sufficiente pensare all’unicità di noi, singoli Io, nella società contemporaneamente legati al significato di non essenzialità dei medesimi.
Prescindendo dall’oggettiva abilità dei creatori nel dare forma a esseri di natura digitale, con relativo contesto, è necesario ammettere la qualità che traspare dalla trama. Una qualità difficile da trovare in altri ambienti europei ed americani. Una qualità che, a fatica, si equivale con i colleghi orientali. Per capirci: il fondatore, e il braccio destro musicale, di una nota casa produttrice d’animazione giapponese è amico intimissimo con il direttore artistico e alcuni disegnatori della Pixar.
Coniugare l’aspetto psicologico, realmente presente, ed inserirlo in un contesto umoristico è già un’impresa; riuscire per di più a narrare contemporaneamente storia del protagonista “ospitante”, le emozioni e l’interazione tra le parti è follia per i più.
Guardando la realtà però notiamo che ci sono riusciti: quasi un’ora e quarantacinque minuti di genuino intrattenimento che lascia poco spazio alle parole tra reale descrizione anatomica del cervello umano e dimensione narrativa del prodotto.
Una goduria da assaporare, un piacere da analizzare uno spettacolo da visionare.
Ci voleva questa boccata di sano e costruttivo realismo: era necessario un cartone animato per capire che l’Uomo è “insieme” di più parti, collegamento di “moltitudini”, pluralità di sfaccettature dalle quali imparare per continuare ad imparare. La sana tristezza, marchiata inizialmente come dissapore, inceppo, ingranaggio debole diventa metodo e lente per una migliore visione. Una visione critica, un cambio di prospettiva che la stessa co-protagonista razionalizza per poi cedere all’evidenza: “Vieni, con te è meglio!”
Una veduta pur sempre limitata alla multipolarità delle parti che insieme convivono e dirigono, crescono e scoprono, migliorano e cambiano.
Ci voleva la Pixar, con la sua tristezza, a farci capire che l’Uomo senza tristezza è monco, quasi meccanico, quasi non-uomo.

Grazie Pixar.

Voto: 8

Francesco Cantù