In fondo al bosco

19/11/2015

di Stefano Lodovichi
con: Camilla Filippi, Filippo Nigro, Giovanni Vettorazzo, Teo Achille Caprio, Stefano Detassis

“In fondo al bosco” racconta della scomparsa sulle Dolomiti di un bambino di 4 anni di nome Tommi, durante la storica “Festa dei Diavoli” (i Krampus) che si tiene la sera di ogni 5 dicembre. Cinque anni dopo viene ritrovato un ragazzino senza nome né documenti. Il DNA tuttavia coincide, si tratta proprio di Tommi. I suoi genitori mostrano subito sentimenti contrastanti: il padre è felice di poter riabbracciare il figlio, ma la madre ha il sospetto che quel bambino nasconda un inquietante segreto.

Il film di Stefano Lodovichi riprende molto dai thriller di marca statunitense degli ultimi anni, con una fotografia realistica e delle atmosfere cupe da cronaca nera, come, ad esempio, l'ottimo “Identikit di un delitto” (2007) di Andrew Lau. Del resto, viviamo da tempo nella società dell'“Homo Videns” di cui parlò Giovanni Sartori, dove la morte è semplicemente un fatto, mai un dramma, e l'omicidio l'immancabile  pretesto per le ciarle di quegli esseri minimi che popolano il nostro piccolo schermo. Tali elementi viaggiano sottotraccia nell'opera di questo abbastanza promettente regista.
 
Dicevamo come ormai sia la cronaca, specialmente quella nera, a fornire sovente spunti per film e romanzi. Scrittori come il non molto talentuoso, e fin troppo celebrato, Roberto Saviano, che amano “frugare” nella pattumiera del vero, così da trovare una idea, un qualcosa da raccontare, non essendo evidentemente capaci di esprimere nulla di proprio e originale. Ben venga allora una pellicola come “In fondo al bosco”, che rientra a pieno titolo nel thriller contemporaneo, il quale sconfina puntualmente nel fantastico o “mystery” che dir si voglia, come nel recente caso di “True Detective”, una delle migliori serie televisive di sempre.

Lodovichi ci regala una narrazione incisiva e veloce, descrivendo bene  l'ipocrita amenità della nostra provincia, capace di creare quei mostri che riempiono i palinsesti, quasi dei nuovi eroi del Male, simbolo di una cultura dove di umano è rimasto poco o nulla. Non sorprende, perciò, che i figli uccidano i genitori o che si compiano stragi in nome di un Dio che non è di tutti, ma solo di taluni. Un mondo fatto di  monadi spietate, prive di compassione e capacità d'ascolto, come avviene per il protagonista maschile del film (Filippo Nigro), lasciato al suo destino, costretto a lottare contro tutto e tutti. A tal proposito, l'unico neo di questa pellicola sta proprio nella scarsa delineazione dei personaggi, che sembrano essere usciti dal nulla. Ciò detto, trattasi del primo prodotto di Sky Cinema TV pensato per andare direttamente in sala e, alla fine, possiamo affermare che l'opera in questione lo merita.

Lodovichi appartiene alla nuova generazione di autori, totalmente disimpegnata, cresciuta con i film americani degli anni '80-'90; questo è, dunque, il cinema italiano di oggi. I critici nostrani, pervicacemente abituati a lodare i soliti parrucconi della italica Settima Arte, saranno pronti a seguire e, quando sarà il caso, sostenere questi giovani registi? In poche parole, siamo finalmente preparati a sganciarci dal preconcetto che l'impegno è sinonimo d'intelligenza, mentre il genere lo è di vacuità? È tutto da vedere, ma, a esser sinceri, non vi è spazio per l’ottimismo. L'Italia uscita dalla guerra è stata potentemente intossicata da assordanti campane faziose. Il “Paese della Politica” – come lo definì Goffredo Parise – è contaminato, inadatto a riconoscere il merito, schiavo del dualismo amico/nemico. Spetta proprio a questa gioventù disimpegnata ripartire da zero! Non le è stata data nemmeno la possibilità di ricostruire, giacché la generazione del '68 è stata capace soltanto di lasciarle una cosa in eredità: quel bluff chiamato, per l'appunto, politica.

Voto: 6,5

Riccardo Rosati