Perfect Day

08/12/2015

di Fernando Leņn De Aranoa
con: Benicio Del Toro, Tim Robbins, Olga Kurylenko, Melanie Thierry, Fedja Stukan, Eldar Residovic, Sergi Lopez

Oh, such a perfect day
You just keep me hanging on



Questi due versi dell’omonima, famosissima canzone di Lou Reed sono la perfetta introduzione di Perfect day, film in cui l’atmosfera mortuaria e l’attesa inutile la fanno da padroni, proprio come nel testo del pezzo musicale cult del 1972.
Humour nero involontario (e non): il punto forte dell’ultima opera di Fernando Leòn De Aranoa. Egli stesso dichiara che “usa l’umorismo per creare una distanza” tra la crudezza della violenza letale e la vita che non vuole smettere di esser tale, il tutto è condito dalle prove molto convincenti dei due premi Oscar per il migliore attore non protagonista Benicio Del Toro e Tim Robbins, non inferiori quelle dei comprimari provenienti da nazioni diverse. La caratteristica impregnante la pellicola emerge (è proprio il caso di esprimersi così) fin dalla primissima, livida scena: un cadavere enfiato risale un pozzo bosniaco alla fine della guerra in Jugoslavia, sullo sfondo di un cielo limpido, prima che la corda fatalmente si spezzi.
Il tema scelto è decisamente originale, raramente un film di guerra si occupa degli operatori umanitari che si spendono sul campo per pochi soldi a rischio della vita, solo per aiutare e dare sollievo alle popolazioni stremate coinvolte nei conflitti armati. L’idea di focalizzarsi su queste eroiche, misconosciute figure è venuta al regista da un romanzo di uno dei medici senza frontiere, Paula Farias, intitolato Dejarse llover e dai suoi viaggi in Paesi belligeranti: “I miei film mi hanno dato spesso l’opportunità di lavorare a fianco degli operatori umanitari in zone di guerra. La prima volta è stato nel febbraio del 1995, proprio durante il conflitto in Bosnia: riprendevamo per un documentario il loro lavoro, con due telecamere Betacam. Tornammo a casa con dozzine di nastri e un pugno di parole che usavamo di frequente per descrivere la guerra: confusione, irrazionalità, Babele, labirinto, impotenza”.
Il filo conduttore della trama è la ricerca di una corda di ricambio, ovviamente infruttuosa in un territorio dove anche l’acqua si paga cara e la morte è sempre dietro l’angolo. “La prima vittima di un conflitto armato è il buon senso” sentenzia Leòn De Aranoa e ce lo mostra in un paio di salaci episodi di questa assurda ricerca: in un negozio pieno di cordame B (Tim Robbins) e l’interprete vengono cacciati dal minaccioso commerciante convinto che le corde si debbano riservare solo alle impiccagioni, convinzione prontamente punteggiata dal commento del traduttore Damir: “sense of humour is bit different in this area” (“senso dell’umorismo è un poco diverso in questa zona”); fanno un altro buco nell’acqua quando provano a chiedere una fune che tiene su una bandiera della neonata nazione, con l’immancabile, lugubre replica del guardiano che li avverte che l’avrebbero fatto fuori qualora l’ammainasse.
Corsi e ricorsi per le strade minate(?) di uno Stato appena nato tra atroci sofferenze: i tentativi di migliorare le condizioni della popolazione si rivelano castelli di sabbia costruiti sulla battigia, tanto che alla fine l’aiuto verrà dal cielo più che dagli sforzi macchinosi e impacciati di chi soccorre per mestiere.
Si fa a gara a scaricare ogni colpa sul bersaglio più vicino e inerme. Perfino gli operatori insultano a più riprese il cadavere (“fuckin’ fatso”) che si frappone tra loro e la bonifica.
Tuttavia la frase del film è sicuramente la domanda retorica di Mambrù (Benicio del Toro): “Quanti possono dire di mancare a persone che neanche conoscono?”

Voto: 7

Fabio Giagnoni