The Pills - Sempre meglio che lavorare

17/01/2016

di Luca Vecchi
con: Luca Vecchi, Matteo Corradini, Luigi Di Capua, Mattia Coluccia, Betani Mapunzo, Luca Di Capua, Gianni Morandi, Giancarlo Esposito, Francesca Reggiani

“Sempre meglio che lavorare” non è solo l’azzeccato sottotitolo del debutto cinematografico della miniserie giovanile The pills, che spopola su Youtube ben fuori dai confini della capitale in cui è stata ideata e ambientata. È altresì il grido generazionale di indignazione postmoderna - quindi scanzonata e irridente – dei laureati trentenni, rivolto verso condizioni lavorative che rendono più attraente “cazzeggiare” cogli amici del cuore inseguendo i propri balzani sogni di gloria, piuttosto che farsi sfruttare per pochi spicci dopo aver buttato sangue, tempo e denaro sui libri durante gli infruttuosi anni universitari.
Luca Vecchi (che è anche il regista), Matteo Corradini e Luigi Di Capua reggono bene anche i tempi più dilatati del lungometraggio: la recitazione è quasi sempre convincente, traballa solo quando scade in trivialità troppo esagerate, d’altronde i fan della webserie già ne sanno qualcosa. Forse ancora più ammirevole è la prova degli attori in erba che interpretano il trio da bambini.
Altre differenze rispetto alle pillole che si trovano in rete sono la rinuncia ad affrontare temi considerati forse troppo ostici per il pubblico cinematografico nazionale (il film sarà distribuito in 250 sale), come il massiccio consumo di droghe pesanti a scopo ricreativo, e l’uso dei colori, alternati costantemente con un sapiente, per certi versi avanguardistico, bianco e nero, loro marchio di fabbrica.
“Fresco” è l’aggettivo che ricorre più spesso quando descrivono la “fatica” (“ci siamo fatti il culo”, parola loro) dei nostri. Già uno spezzone era stato presentato lo scorso anno alla fiera del fumetto più famosa d’Italia, il Lucca Comics and Games. Effettivamente non ho mai sentito tante risate durante un’anteprima, molte battute sono fulminanti, ancorché vernacolari alcune. E lo scrive un romano, che però si chiede quanto una commedia del genere possa essere apprezzata in toto fuori dal grande raccordo anulare. Come fanno un veneto o un sardo a capire che il kebabbaro Alì Baba di Arco di Travertino (a proposito, è lui veramente!) è il migliore della capitale, vera e propria istituzione tra i ragazzi romani? D’altronde poco importa se i riferimenti topografico-folkloristici (ma anche filmici, da Fight Club agli echi tarantiniani) non vengono afferrati fino in fondo perché uno dei punti di forza dell’opera è il suo radicamento alla periferia romana, il tentativo di rappresentarla, di mostrare la vita e la forza insita in posti generalmente presi in considerazione solo per problematiche come degrado, emarginazione e ordine pubblico. Pigneto è il centro per Luca e come dargli torto? Sicuramente lo è per i molti studenti che ci o lo vivono.
La società segreta dei bengalesi supervisionata dalla multinazionale fittizia Banglacorp è la trovata più gustosa di una sceneggiatura molto frizzante di per sé. La tentazione di lavorarci, supportati dalla ragazza che si ama è forte, tanto che la trama sembra virare verso tinte moralistiche come nel finale de I soliti ignoti, ma alla fine l’ozio prevarrà, non c’è posizione lavorativa stabile che tenga!
Un produttore lungimirante come Pietro Valsecchi ha il grande merito di dare una possibilità a giovani con idee e voglia di emergere. Non si può dire che stia solo monetizzando il successo di Checco Zalone, come lui stesso tiene a sottolineare, invitando inoltre a fare camei, ma anche parti più consistenti, Francesca Reggiani, Gianni Morandi e l’attore italoamericano Giancarlo Esposito.
Prima prova superata a pieni voti, avranno abbastanza fiato per la successiva?

Voto: 7,5

Fabio Giagnoni