Perfetti Sconosciuti

08/02/2016

di Paolo Genovese
con: Giuseppe Battiston, Anna Foglietta, Marco Giallini, Edoardo Leo, Valerio Mastandrea, Alba Rohrwacher, Kasia Smutniak

Il nuovo film di Paolo Genovese è una commedia agrodolce, per la verità più agro che dolce, su un gruppo di quarantenni, amici da una vita, che con le rispettive mogli si ritrovano a cena a casa di uno di loro. 

Durante la cena decidono di fare un gioco alquanto pericoloso, mettere sul tavolo i cellulari di tutti i commensali e le conseguenze saranno, a dir poco, urticanti perché ognuno di loro ha una vita "sconosciuta" agli altri ed un segreto inconfessabile per cui amicizia e amore saranno messi a dura prova..

Ma il finale suggerisce una domanda: l'hanno fatto davvero questo gioco estremamente pericoloso?

Paolo Genovese in questa nuova opera, si conferma un grande regista di film coralmente intimisti, affrontando come nei film precedenti "Immaturi" e Tutta colpa di Freud" le inquietudini della società moderna. 

A mio parere, il finale è troppo sbrigativo e l'impianto dell'opera è un po' troppo teatrale, ma forse la storia lo richiede.

Perfetti Sconosciuti è un film da vedere non solo per la grande prova attoriale di tutti gli interpreti, ma anche perché invita a riflettere che è salutare lasciar un po' perdere  la tecnologia invasiva del privato e fare invece più attenzione al nostro prossimo, almeno a quello più vicino

Si può definire Perfetti sconosciuti una commedia di costume degna della grande tradizione della commedia all'italiana poiché si ride molto durante il film, ma è un riso amaro.

Da non perdere!

Voto: 7

Ettore Calvello

È di recente produzione l’ultima fatica di Paolo Genovese che si vede nei panni di regista e sceneggiatore per il film di “Perfetti sconosciuti”. Cast tutto italiano, rappresentato da Marco Giallini, Kasia Smutniak, Anna Foglietta e Giuseppe Battiston, che fotografa perfettamente la realtà in cui viviamo: un infinito gioco di maschere, doppi fondi, mezze verità.
L’ambientazione è tipicamente attuale: Roma, giorno d’oggi, realisticamente l’anno scorso. La trama, seppur semplice, è efficace: quattro coppie di amici, o meglio sconosciuti, si ritrovano per una cena informale, sul finire dell’estate, che finisce in tragedia. Scrivo tragedia perché la dissoluzione del nucleo familiare di partenza viene completamente attuata.
La cena inizia con i soliti convenevoli, di rito, detti per l’occasione; si passa poi – provocandosi – ad un gioco pericoloso per tutti: togliere le proprie maschere che, nel film, viene tradotto in svelare i segreti del cellulare – quindi dell’intimità – a tutti i presenti.
Abbiamo quindi due coppie sposate “navigate” – ovvero con più di 10 anni di matrimonio sul curriculum – una coppia giovane, fresca-fresca di sacramento e una quarta coppia a metà, ovvero è un singolo. Si parte con una realtà tutto sommato comprensibile: le coppie adulte attanagliate dalla monotonia, la giovane troppo presa-persa dall’innamoramento iniziale e il singolo che si finge brutto anatroccolo ma che in realtà è tutt’altro.
Nel giro di poche decine di minuti dall’inizio del gioco qualcosa cambia: si capisce subito che tutti hanno i loro segreti, le loro colpe. C’è chi non vuole mostrarsi, chi ha il banale amante, chi è omosessuale latente e chi aspetta figli senza nemmeno saperlo. Nel film lo scorrere fisico del tempo è pressoché una serata, nella realtà meno di 97 minuti.

Meno di un giorno per rovinare famiglie, coppie e semi-coppie. Il cellulare come metafora della dissimulazione, della libertà intesa come una doppia vita, del tradimento concepito come boccata d’ossigeno dal tombale matrimonio e, infine, come finestra sul mondo.
Poveri uomini: ridotti alla tecnologia per entrare in rapporto con la realtà; poveri doppiamente perché – nel film certamente, nella realtà anche – schiacciati da una responsabilità che loro stessi hanno cercato.
L’amarezza di fondo comunque è generata da presa di coscienza della realtà resa schiava da persone non più capaci di legarsi, non più capaci di essere fiere delle loro azioni. Perfetto ritratto di questo sempre più sconclusionato 2016 che tutto sta mostrando tranne adesione alla strada maestra da perseguire.
Scade purtroppo – direi preludio al finale quasi obbligato dalla stessa trama – nel qualunquismo: continui accenni al rispetto e all’attenzione verso l’altro che prendono voce grazie al protagonista Giallini. La qualità recitativa c’è, sono i contenuti che non convincono.
Il regista – furbescamente – lascia il finale aperto per evitare il giudizio in nome di questo moderno concetto del “politically correct” dove per aperto s’intende il non immischiarsi veramente, e fino in fondo, ai problemi degli altri.

Cellulari divenuti vasi di Pandora oppure uomini svuotati di quel poco che resta di Anima?

Voto: 7

Francesco Cantý