Fuocoammare

23/02/2016

di Gianfranco Rosi
con:

Lampedusa, gli ultimi 20 anni: 400.000 migranti, 15.000 morti. Quanti ne avremmo potuti salvare in più, avessimo veramente voluto!?
La missione iniziale commissionata a Gianfranco Rosi consisteva in 10 minuti di instant movie, una pennellata a descrivere la vita isolana. Successivamente, assecondando il suo stile, Rosi si trasferisce sull’isola per comprenderne i ritmi, le dinamiche, alla fine ci rimane circa un anno e fortunosamente incontra quasi subito al Pronto soccorso di Lampedusa, a causa di una bronchite, il dottor Pietro Bartolo che gl’inocula vent’anni di sofferenza pregressa tramite le toccanti immagini del suo archivio personale. Solo allora il regista opta pel lungometraggio.
Spiace scriverlo, ma la prima impressione che resta è l’impalpabilità. Sicuramente scelta registica, ma quanto azzeccata per eventi drammatici di queste proporzioni?
Fuocammare è una canzone che ha origini lontane, risalenti a un’ammiraglia della marina fascista affondata al largo delle coste lampedusane durante la seconda guerra mondiale. Questa vicenda ha ispirato prima il nonno musicista, poi suo nipote DJ della radio locale dell’isola, Pippo Fragapane, che ha prodotto l’unica versione ora esistente della canzone popolare. Popolare solo per chi conosce il dialetto di Trinacria, infatti i dialoghi in siciliano stretto sono giustamente sottotitolati per una più fruibile comprensione nazionale. E forse anche per marcare la maggiore vicinanza dell’isola all’Africa che al continente.
Ora il fuoco manca: anche nello sguardo del “protagonista” del docufilm, il dodicenne Samuele dall’occhio pigro, piccolo indigeno che scorrazza per quei 20 km quadrati insidiando uccelli, bersagliando pale di fichi d’india ritagliate col coltello a guisa di volti nemici o semplicemente facendo finta di sparare al mare. Usa un’arma rudimentale contro illusorie facce di un colore diverso, bersagli facili per allenare una “passione” alla distruzione, che dall’altra parte del mediterraneo provano sulla loro pelle. Facce poi riassemblate alla meglio con un po’ di nastro adesivo trovato chissà dove, chissà per quale istinto di conservazione, per quale inconscia pietà, che anche noi ritroviamo ogni tanto di fronte alle catastrofi più atroci. L’atteggiamento aggressivo è tipico dei bambini, distruttività da Signore delle mosche: metafora di ciò che noi, popolo bambino, applichiamo ai neri morti di fame di sete e di guerra che giungono a bussare alla nostra porta su chiatte fatiscenti, approntate da mercanti d’uomini senza scrupoli, responsabili delle stragi “del mare”, quasi mai catturati.
Le nostre politiche sull’immigrazione somigliano a quei barconi, fanno acqua da tutte le parti, spesso in passato siamo rimasti a guardare mentre la gente affogava. I nostri aiuti una volta a terra consistono nell’affidare i profughi a società falsamente benefattrici, infiltrate dalla mafia, che succhiano molte delle risorse loro destinate e li abbandonano al loro oscuro futuro in Italia: caporalato, sfruttamento, disprezzo, lavoro in nero, evasione (fiscale), (ri)emigrazione.
L’autore Rosi, intervistato in sala di ritorno dalla Biennale berlinese di quest’anno, dove ha conquistato l'Orso d'Oro, afferma che: “È dovere di ogni uomo che sia uomo aiutare queste persone”, ritengo l’abbia fatto a modo suo, ciò non toglie che forse il suo metodo in questo caso funzioni poco: raccontare attraverso i personaggi scelti sul posto l’ambiente circoscritto di riferimento. Sorge spontanea la domanda: è un’opera sull’isola - cosa dubbia vista la scelta in sé - o su ciò che accad(d)e intorno a quell’isola? La voglia di sfornare un’opera comunque significativa, anche senza tante scene che raccontino da vicino le vicende dei migranti: si direbbe un frutto tardivo che arriva sì a mostrare la morte, utile alla denuncia, ma fine a se stessa se non accompagnata dalle storie di chi erano quei corpi senza vita prima di diventare tali. Rosi parla di un’idea iniziale di raggiungere le coste libiche, se non fosse stata abortita chissà a quale opera più profonda e completa avrebbe portato. Il regista si ferma a due pattugliamenti sulle navi della marina militare italiana della durata di un mese.
Nonostante suoni un po’ fuori luogo, mi piace sentire ripetutamente riferirsi ai migranti come “Poveri cristiani” (prime parole non cantante del docufilm): ingenua espressione familiare italiana, onnicomprensiva di gente che soffre, a prescindere dal loro credo religioso.
Lampedusa è solo il primo grande scoglio cui i fuggitivi s’aggrappano, disperati.
Molto è cambiato da qualche anno fa, ci illustra Rosi: i barconi non raggiungono più le coste dell’isoletta e solo tre giorni dopo essere arrivati, tramite bus, al centro d’accoglienza, vengono smistati “sul continente”.
L’uomo che piange sangue a largo è l’immagine emblematica del film. Ho apprezzato molto anche la finezza registica delle riprese del trasporto a terra degli appena salvati da una barca alla deriva, volutamente sfocate come il futuro nei loro occhi sperduti.
Come accennavo, si sente la mancanza di testimonianze dirette da parte delle vittime, toccante però il bellissimo canto africano di dolore e speranza, con annesso gospel in inglese, descrittivo delle terribili traversie della fuga dalla morte. Risparmiabile invece la scenetta grottesca nel porto di Lampedusa, la farsa dell’operazione di salvataggio di Samuele sulla sua barchetta da parte del suo amico è infima.
“Da Lampedusa è impossibile andar via”, assicura Rosi. Sicuramente non prima del “via libera” della nostra burocrazia.

Voto: 6

Fabio Giagnoni