Criminal

11/04/2016

di Ariel Vromen
con: Kevin Costner, Gary Oldman, Tommy Lee Jones

Quando l’agente CIA Bill Pope viene barbaramente ucciso durante una missione delicatissima, il capo operazioni di Londra, Quaker Wells (Gary Oldman), deve recuperare a qualunque costo le informazioni cruciali per la sicurezza del mondo di cui era in possesso il suo uomo. L’unico modo è sfruttare la recentissima e sofisticata tecnica neurologica del Dr Franks (Tommy Lee Jones) e travasare le memorie del comatoso Pope nel cervello parzialmente sottosviluppato di Jericho Stewart (Kevin Costner), ergastolano e sociopatico. Il tentativo disperato va ben oltre le speranze del cinismo della CIA e Jericho diventa la preda di una doppia caccia all’uomo senza risparmio di colpi.


Nonostante un’evidente abbondanza di mezzi (tecnici, economici, di casting), l’irrimediabile carenza di idee di una sceneggiatura anoressica, vanificano il coraggioso tentativo di Kevin Costner di far qualcosa di comprensibile di questo film.
Criminal  si propone (invano) di declinare in maniera originale una delle idee forti della Science Fiction cosiddetta sociologica, quella del travaso/fusione di memorie e personalità: nella letteratura di genere possiamo partire da Frankenstein arrivando ad alcuni racconti molto belli di Larry Niven (Ramme, La quinta professione), che si tratti di interventi chirurgici e trapianti di cervello oppure di somministrazione di RNA cerebrale.
Per il cinema – pescando solo nelle ultime due decadi – possiamo ricordare Strange Days (1995, di Kathryn Bigelow, con Ralph Fiennes), il poco noto The Sixth day (2000,  di Roger Spottiswoode, con Arnold Schwarzenegger), Total  Recall (1990,  di Paul Verhoeven, con Arnold Schwarzenegger), e persino in The Prestige (2006, di Christopher Nolan, con Michael Caine) e War Games (1983, di John Badham, con Matthew Broderick) c’è qualcosa di questo: cercare in fondo l’immortalità nel trapassare del sé, dei propri ricordi in un altro ‘involucro’, volta per volta una macchina, un computer o un altro corpo ospite.
In Criminal lo spunto per riesumare il tema del ‘travaso’ è, come in troppi film recenti, la Minaccia Globale, che oggi va forte e vende tantissimo, un po’ come negli anni ’70 dei dirottamenti vari nacque la lunga saga dei film della serie Airport: oggi come allora forse vogliamo esorcizzare le nostre paure, e il cinema, compiacente, ci confeziona questi rifiniti action movie, molto poco splatter e tanto thriller.
Anche concedendo le attenuanti generiche di rito, e reso onore al merito (sprecato) di Costner – unico personaggio ad avere un minimo di spessore e di credibilità - questo film non decolla ma resta a piè di pista con i motori al minimo.
La storia – malgrado gli spunti disponibili, o forse per eccesso degli stessi – è fiacca e poco credibile, la descrizione dei personaggi è retorica, perché inefficace, molto goffa nel rendere le emozioni , le paure, le angosce, le frustrazioni dei protagonisti, per scadere nel kitsch quando, accanendosi nel tentativo, arriva a ricorrere a mezzi e mezzucci didascalici e scontati: questi personaggi sono senza un perché, non riescono a raccontarsi in maniera credibile e umana, per allusioni o sguardi o gesti, perciò ci vengono raccontati in maniera didascalica, rendendoli stereotipi e piatti.
Lo stesso tema del travaso dei ricordi, apparentemente centrale, non è sviluppato e nemmeno sfruttato, se non marginalmente, in qualche scambio di battute con la vedova di Pope (poco allegra ma comunque prevedibilmente benevola).
La sceneggiatura non riesce a valorizzare la dualità conflittuale che alberga nel fuggiasco Jericho, che è Criminal feroce e sociopatico da un lato (A, quello di nascita), sofisticato e incrollabile G-man sull’altro lato (B, quello travasato dal compianto agente CIA Bill Pope).
In tutta evidenza, il coraggioso Kevin Costner vorrebbe tanto essere una via di mezzo tra l’evaso Manny di A trenta secondi dalla fine (Runaway Train, 1985, di Andrej Konchalovskij, con Jon Voigth) e l’indimenticabile Butch di Un mondo perfetto (1993, di Clint Eastwood, sempre con Kevin Costner), ma deve accontentarsi – per mancanza di dialoghi all’altezza della situazione – a grugnire sapientemente, quando necessario.
Insomma tanta carne al fuoco, tutto fumo e niente arrosto, con ruoli e performance da dimenticare per gli altri comprimari: Tommy Lee Jones, un opaco e dimenticabile neurologo di mezz’età e Gary Oldman, un isterico Ops Chief sul campo, che per tutto il film non riesce a capire d’avere di fronte non più un ergastolano sociopatico, ma un agente dalle mille risorse (operative) e dal cuore tenero (per la sua bella famigliola), e continua prevedibilmente a prendere decisioni palesemente assurde e fallimentari, tanto per far durare il racconto e il film.
Ambientazioni molto belle e suggestive, scene d’azione veloci e feroci (e credibili): ma oggi questi talenti si trovano ovunque, un tanto al chilo, e non bastano a fare di un film senza identità un buon film, tantomeno un film ‘memorabile’. Forse restiamo tutti vittima dell’incrollabile convinzione con cui la Macchina dei Sogni non si rassegna a investire di più sulle idee (cioè le sceneggiature), invece che soltanto su cast stellari ed effetti speciali.
Evitabile, meglio una buona notte di sonno. Il voto sufficiente è dovuto solo all’evidente buona volontà di Kevin Costner.

L'Incontro con Kevin Costner

Voto: 6,5

Davide Benedetto