The Dressmaker

16/04/2016

di Jocelyn Moorhouse
con: Kate Winslet, Judy Davis, Liam Hemsworth, Hugo Weaving e Caroline Goodall

Non è sempre detto che il perdono è la miglior vendetta.
Sono passati tanti anni da quando Tilly ha dovuto abbandonare Dungatar, sperduto paesino dell’entroterra australiano, lasciandosi alle spalle i cattivi ricordi di un’infanzia cupa, molti anni ma non abbastanza per dimenticare o farsi dimenticare. Quando torna, adulta e ormai affermata stilista, scopre infatti che il passato, suo e dei suoi stralunati concittadini, è sempre lì, irrisolto.
    Tilly dovrà così affrontare, con le sole armi della sua intelligenza e d’una macchina per cucire Singer, gli spettri che ancora la perseguitano, in primis l’impossibile rapporto con una madre ufficialmente pazza (mad Molly) e le sotterranee cattiverie degli stessi protagonisti della sua infanzia, distorti e corrosi dall’età, ma mai cambiati, che sconfiggerà cucendo una vendetta sottile su misura per ciascuno di loro..


Anche se ruba (pardon, trae ispirazione da) molto a diversi film più o meno recenti, The Dressmaker rimane un bel film, perché ruba con intelligenza, riproponendo in maniera intelligente e con una certa grazia ed originalità gli spunti raccolti qua e là: peccato facilmente perdonabile, quindi, anche perché in fondo nessun soggetto e nessun film nascono da zero, ma tutti in un modo o nell’altro si ispirano (pardon, rubano) ad altri.
E anche se qui l’elenco è lungo, e la storia non è esattamente originale, quel che poi gira attorno alla vicenda ed ai suoi sviluppi lascia comunque sorpresi per la freschezza con cui viene ri-vestito (sic) e reinterpretato, grazie anche ad un manipolo di attori non solo stellari, ma anche appassionati e appassionanti. Ma andiamo per ordine.
Quanto all’ambientazione, la minuscola cittadina di Dungatar (che non esisteva prima del film, e non esisterà nemmeno dopo, in quanto distrutta dal fuoco purificatore…) è un luogo insignificante e squallido, smarrito in un’epoca storica indefinita: è quasi uno strappo nella realtà, un buco nel tempo e nella carta geografica. Un luogo simbolico, soltanto un palcoscenico in cui s’aggirano, e tramano, e mentono i pochi, grotteschi e perfidi abitanti, sopravvissuti a se stessi congelati in un passato che non passa. Non a caso in paese non c’è un giornale, una televisione o una radio, ma solo vecchi grammofoni, e il contatto con il mondo esterno è limitato alla minuscola stazione ferroviaria e alla corriera Greyhound con cui arriva la stessa Tilly (a proposito: molto bella l’inquadratura dall’alto iniziale, con il bus argentato che, come un ago lucente, fila e sembra quasi cucire tra i campi brulli e bruni).
La casa di Molly è una catapecchia in cima all’unica collina del paese (ricorda molto il castello fuori paese di Edward mani di forbice, di Tim Burton, 1990), ai piedi della quale si radunano le commari viperesche sibilando insistentemente è tornata…è tornata, dove la vecchia madre vegeta istupidita dall’alcool e circondata dai rottami di una vita da emarginata, da freak.
E freak sono anche i vicini (di roulotte e baracche), la prolifica famiglia dei McSwiney, tra cui soltanto madre e figlia troveranno affetto, solidarietà e l’effimero ma intenso amore di Molly per il maggiore dei figli, Teddy: il tutto ricorda molto ma molto l’analogo amore della protagonista di Chocolat (di Lasse Hallstrom, 2000) per lo zingaresco personaggio di Roux (Johnny Deep): forse non è un caso che dal primo baule di tessuti che arriva in paese per Tilly salti fuori proprio una scatola di cioccolata in polvere?....
La fotografia è usata in maniera molto precisa, intenzionale: all’inizio mancano tutti i colori primari, dominano gli sfondi grigio-bruni: le facciate delle case, corrose dal tempo, i campi brulli, persino le facce degli abitanti.
La vitalità arriverà  solo con lei, Tilly, che ricama (sic) sullo sfondo amorfo, i colori e le forme esplosive dei suoi abiti, rivestendo un po’ alla volta tutte le dame del paese, un po’ seducendole un po’ adescandole, con la complicità della madre e dell’estroso e criptonormale sergente Farratt (Hugo Weaving, trapiantato pari pari con il suo personaggio da Priscilla, la regina del deserto, di Stephan Ellliott, 1994…ecco un altro piccolo … furto artistico). Cupe, terrose e plumbee sono poi le scene angoscianti in flash back dell’infanzia, credibili nel raccontare quella che è in fondo l’assurda banalità del male, la ferocia della stupidità.
Quel che Tilly imparerà è che non si possono cambiare le persone, ma solo se stessi. E quando nulla più ci trattiene, quando gli affetti scomparsi ci hanno lasciato senza più radici apparenti, occorre riprendere la propria strada verso un altrove meno soffocante.
Ma The Dressmaker, pur essendo un film molto al femminile (vicenda, personaggi e interpreti, ma anche produzione, soggetto, sceneggiatura, regia e costumi…) non ha purtroppo solo pregi, in primis una sceneggiatura  che sembra voler seguire in primo piano troppe idee, e nel bel mezzo di un crescendo di pathos il recupero del rapporto con la madre e il superamento del passato, l’amore delicato e travolgente tra Tilly e Teddy, si piega su se stessa e imbocca prevedibilmente la strada di una spietata e lucida vendetta, pura e (troppo) semplice.
Tolti di mezzo un po’ brutalmente gli affetti da Tilly trovati e ritrovati, la narrazione diventa quasi cronaca nera e la protagonista torna ad essere solo l’innesco di una travolgente reazione a catena, che porta allo scoperto e libera, più o meno consapevolmente, le forze autodistruttive che sonnecchiano nei suoi concittadini (e in questo c’è un po’ de Qualcosa di cui sparlare 1995, di nuovo il regista Lasse Hallstrom…).
Rimane un bel film, rimangono il garbo e la capacità (non sempre) di trascolorare il racconto con grazia sorprendente, toccando tutti i registri: dal western di frontiera (vedi il duello tra le due sarte, l’estroversa Tilly e la conformista Una, con tanto di Questa città è troppo piccola per due di noi) alla farsa, dalla tragedia famigliare al gioco d’amore.
E rimangono alcuni momenti, divertenti e scanzonati o malinconici e dolenti, ma comunque originali e memorabili: dalla resa dei conti di Tilly con l’insegnante sadica e vigliacca, bloccata con lei nella scuola del paese dai micidiali lanci di golf della madre, dalla casa in cima alla collina, al perfido (e divertentissimo) ricatto all’insospettabile sergente Farratt: una cassa di strass e paillettes in cambio del dossier di polizia su quella morte che pesa nel suo passato. Dalla morte grottesca dell’ ambiguo farmacista, puritano e bigotto,  che annega correndo (sic) nello stagno dietro casa, e solo la sua gobba tremenda sporge dalla pozza, alla
la scena delle misure per il vestito di Teddy, con madre e figlia incantate davanti al fisico statuario del ragazzo.
Perfetti anche i personaggi secondari, talmente grotteschi e deformati dai loro piccoli e instancabili odii, trasformati quasi in metafore, paradigmi del nostro lato oscuro. Sembrano usciti da un’affollata tavola di Bosch. E altro ancora, compreso tutto sommato anche il finale, molto teatrale, ma dovuto.

Da vedere, per ridere e piangere appassionatamente

Voto: 8

Davide Benedetto