La Foresta dei Sogni

16/04/2016

di Gus Van Sant
con: Mattherw McConaughey, Naomi Watts, Ken Watanabe

Sono l'amore e la perdita a condurre Arthur Brennan (Matthew McConaughey) all'altro capo del mondo, in Giappone, nella foresta misteriosa di Aokigahara: un luogo in cui uomini e donne si recano a contemplare la vita e la morte. Sconvolto dal dolore, Arthur penetra nella foresta e vi si perde. Lì incontra Takumi (Ken Watanabe), che come lui sembra aver perso la strada e non solo in senso letterale. I due intraprendono un cammino di riflessione e di sopravvivenza, che conferma la voglia di vivere di Arthur e gli fa riscoprire l'amore per la moglie (Naomi Watts) venuta da poco a mancare.
 
Premettiamo subito che questa sarà una recensione decisamente inusuale, molto più vicina a una sintetica analisi sociologica che a una cinematografica. I motivi sono sostanzialmente due: il film in questione non è completamente apprezzabile senza una minima conoscenza del contesto culturale in cui la storia è inserita. Inoltre, dell'opera di Van Sant, una volta esauriti gli spunti generati dalla location nipponica, rimane ben poco. A dire il vero, sono gli ultimi venti minuti a salvare la pellicola da una sonora stroncatura. Non è un caso, infatti, che il film sia stato bollato come intriso di un “misticismo strappalacrime”, soprattutto dalla critica anglosassone, la quale ha ironizzato sulla sua lentezza ed eccesso di sentimentalismi. Invero, non sono, queste, delle critiche ingiuste. Un ritmo riflessivo è una specie di marchio di fabbrica di questo talentuoso, seppur discontinuo, regista, il quale ama sempre indugiare nei primi e primissimi piani. Purtroppo, “La foresta dei sogni” è un tedio per quasi tutta la durata della proiezione e la sceneggiatura di Chris Sparling – il vero autore del film – non calza bene a Van Sant.  

Ciò detto, spendiamo qualche parola su questa foresta. Nel 2010 è scoppiato nell'Arcipelago il “Caso Aokigahara”; un fenomeno unico e paradossale, come avviene spesso quando si ha a che fare col Sol Levante. Di solito, se si decide di introdursi in una foresta, lo si fa per avere un contatto diretto con la Natura, mai verrebbe in mente di associare questo luogo a un atto estremo e di autoannientamento come il togliersi la vita. Ma si sa, il suicidio in Giappone è parte della vita, ha persino una sua estetica (ricordiamo quello che fece Yukio Mishima). In breve, a Aokigahara, a partire dal 1950, si è stimata una media annua di almeno 30 suicidi, un dato sconcertante, ma che non sembra turbare minimamente questo serafico popolo.
L'arcana foresta di cui stiamo parlando si trova alla base del Monte Fuji. Nei suoi 35 km quadrati, non la si può certo definire vasta, si incontrano: grotte misteriose, insidiose rocce laviche e alberi e arbusti talmente fitti, da rendere difficili l'attraversamento e la capacità di orientarsi. Non è un caso, dunque, che qui la gente scompaia, per essere poi ritrovata perlopiù morta. Per chi ha un palato cinematografico un pochino sviluppato, è scontato pensare immediatamente a quel film inimitabile che è “Picnic ad Hanging Rock” (1975) di Peter Weir. Se si esclude una certa matrice comune nel proporre un luogo veramente esistente che è scenario di misteriose sparizioni, tra le due pellicole ci passa un “mare” sì, ma non di alberi, bensì di qualità.

Alcune leggende metropolitane vogliono che Aokigahara sia abitata dagli spiriti senza pace dei suicidi. Sono poi inquietanti i cartelli, disseminati in più angoli della foresta e scritti sia in giapponese che in inglese, con incoraggiamenti del tipo: “La tua vita è un dono prezioso dei tuoi genitori” oppure “Per favore, consulta la polizia prima di decidere di morire!”. La tematica affrontata, specialmente se collegata al Giappone, spingerebbe a pensare a una riflessione vicina al Buddhismo. A nostro parere, ciò non è esatto, ma bisogna conoscere adeguatamente la cultura di questo Paese, per percepire la sfumatura religiosa che è presente nel film. La Natura, che è la grande protagonista, e gli spiriti che infestano la foresta rimandano chiaramente allo Shintoismo: la religione autoctona dell'Arcipelago. Difatti, mentre il Buddhismo si concentra prevalentemente sulla morte, palesando una possente visione escatologica della esistenza; lo Shintoismo è una religione prettamente della vita; ed è appunto la conservazione di questa che è raccontata ne “La foresta dei sogni”. Inoltre, in alcune scene si fa riferimento al “Tamashii”, che vuol dire “spirito” in giapponese. Un concetto che è nato proprio in contrapposizione alla spiritualità “straniera” che giunse secoli fa dalla Cina, cioè il Buddhismo. Il “Tamashii” è perciò l'anima intrinseca del Giappone.

Il film? Non è brutto, ma quello che si poteva dire su di esso lo abbiamo fatto. L'opera del regista americano può rivestire un certo interesse se vista all'interno di quelle premesse storico-sociali di cui abbiamo parlato sopra. Possiamo solo aggiungere alcune brevi riflessioni, a partire dal titolo italiano, che non rende bene l'essenza della storia, poiché Aokigahara (青木ヶ原) è conosciuta anche col nome di Jukai (樹海, letteralmente “Mare di Alberi”) ed è per l'appunto quest'ultimo a dare il nome alla foresta. Fatto sta, che “La foresta dei sogni” non è un titolo che mantiene la fedeltà di quello inglese: “The Sea of Trees”. Il lettore speriamo che ci perdonerà pure questa breve parentesi, stavolta linguistica, ma, come si dice spesso in Cina – tanto per restare in Oriente – oggi c'è molta confusione sotto il cielo!

Watanabe e la Watts sono anonimi e grigi nelle loro interpretazioni, laddove McConaughey – a nostro avviso il miglior attore maschile in circolazione col nostro Toni Servillo – si conferma un fenomeno e ascoltarlo in originale è un piacere, poiché egli utilizza moltissimo la voce quale “strumento” recitativo, il suo modo di dire “Are you lost?” mette i brividi.

In sostanza, riteniamo che Van Sant abbia sbagliato il film. Dopo un inizio d'impatto, veloce e coinvolgente, la narrazione si perde in un mare di noia. Ciò malgrado, non possiamo stroncare la pellicola, poiché essa decolla letteralmente negli ultimi venti minuti, che sono magnifici. Se tutto il film fosse stato così, staremmo ora forse parlando di un capolavoro. La produzione ha semplicemente scelto un regista inadatto, poiché il soggetto e la sceneggiatura sono ottimi e la qualità del cast si commenta da sé.

Voto: 6,5

Riccardo Rosati