Zona d'Ombra

16/04/2016

di Peter Landesman
con: Will Smith, Alec Baldwin, Gugu Mbatha-Raw

Bennett Omalu è un giovane e coscienzioso patologo di Pittsburgh, immigrato di origini Nigeriane, mal tollerato dai colleghi per le sue eccentricità professionali fino al giorno in cui sul suo tavolo d’acciaio non arrivano le spoglie mortificate di Mike …., Iron Mike, idolo del football cittadino, morto solo, pazzo e disperato.
Scrupoloso, Bennett cerca di scoprirne le cause della malattia e la morte, assumendo su di sé l’onere di un’indagine impopolare e mal vista, trovando un legame tra la degenerazione cerebrale che ha distrutto il giocatore e lo sport violento che tanto gli aveva dato.
Nonostante l’ostracismo che ben presto lo circonda, guidato dalla sua incrollabile fiducia nel diritto della Scienza di rendere pubbliche anche le verità più scomode, e di fronte al crescendo drammatico di altri suicidi inspiegabili, Bennett arriverà in fondo alla sua battaglia contro l’omertoso, e per lui inaccettabile silenzio della National Football League.

Zona d’ombra è un film stentato e molto rigido, quasi impersonale. Basato – come molti altri e migliori legal thriller (non ultimo Erin Brokovich) su una storia vera, non riesce ad andare oltre il didascalico, documentaristico resoconto d’un caso di cronaca, peraltro irrisolto e tuttora affondato nel silenzio.
La sceneggiatura rimane molto, troppo prudente, e il classico e titanico scontro tra il Davide di turno (Bennett) e l’ennesimo strapotente Golia (la NFL), non assume mai una dimensione emotiva, non raggiunge il minimo pathos, i personaggi sono stereotipati, senza spessore: rigido e tutto d’un pezzo il coraggioso patologo, prevedibili e appena sbozzati i comprimari, né troppo buoni né troppo cattivi, semplicemente assenti, meccanici.
Anche la regia risulta piuttosto carente, modesta, priva di spunti, usando e abusando (per ragioni di economia?) del materiale di repertorio – televisivo – per tentare di restituirci la violenza e l’aggressività del football, da contrapporre al disinteressato (fin troppo) rigore scientifico ed etico di Omalu.
Il conflitto tra il bene (la Verità scientifica) e il male (la corporation) in realtà non c’è, non decolla, rimane sullo sfondo, dato per scontato. Non c’è abbastanza cattiveria nei cattivi di turno come non c’è – simmetricamente - debolezza, imperfezione – e quindi umanità – nella squadra dei buoni: Omalu non perde mai il controllo (salvo in un brevissimo scatto di nervi, del tutto gratuito e fuori posto, quasi per dovere d’ufficio), soffre con dignità vetrificata il dolore più grande, alla fine rinuncerà persino alla Grande Occasione (capo patologo a Washington), senza fare una piega, senza rabbia e senza emozione, senza spiegazzare d’un nulla i suoi impeccabili completi antracite, senza un granello di polvere sulla sua docile Mercedes blu notte.
La vita è altrove, la realtà non abita questo film, e il tutto risulta assai poco credibile, insipido, impersonale, retorico: una sceneggiatura pigra, una regia distratta e dialoghi scritti in automatico sembrano lasciare al pubblico il compito di immaginare il resto, colorare questo stereotipo bianco e nero, unire i trattini dall’uno al cinquantasei e cercare di umanizzare un racconto scolorito e friabile.
Da evitare con dignità

Voto: 5,5

Davide Benedetto