Wilde Salomé

30/04/2016

di Al Pacino
con: Al Pacino, Jessica Chastain

Wilde Salomé, film complicato da raccontare.
Anche perché non è affatto un film, sembra non avere nemmeno una storia da raccontare: di certo non è quella di Salomè, piuttosto la testimonianza di una scoperta e di un innamoramento genuino, quello di Al Pacino, per l’opera (e la vita) di Oscar Wilde.

Certo, la messa in scena della Salomé di Oscar Wilde viene qui raccontata più e più volte, con sguardi ogni volta diversi, che si ripetono e si intrecciano ricorsivamente: la Salomé della ricostruzione storica-documentaristica (e quindi l’ambientazione di un’altra intera Salomé, nel deserto del Mohave), quella del casting, delle prove, del backstage vero, quella che si svolge realmente sul palcoscenico, quella del dietro le quinte più crudo, delle complicanze e degli incidenti “di mestiere”, della lavorazione e della produzione, perfino quella ‘storicizzata’, della scrittura, pubblicazione e prima rappresentazione del testo originale.
Non manca nulla, tantomeno la vividezza e la passione delle interpretazioni degli attori in un ‘vero’ teatro, prima vuoto per le prove, poi affollato di pubblico pagante.
Eppure questo non basta a spiegare senso e scopo di un film in cui la tragedia scritta da Wilde (pubblicata nel 1893, in prima rappresentazione nel 1905) rimane quasi un episodio in un tessuto più ampio.

Nel suo modo istrionesco e un po’ gigione, scarruffato e irriverente, Al Pacino ha infatti ‘bisogno’ di raccontarci il ‘suo’ Oscar Wilde: invecchiato ma ancora combattivo, il regista/attore/mattatore è ancora il Colonnello Frank Slade che in Scent of woman si espone a favore del suo giovane protegé di fronte all’establishment universitario che lo vuole crocifiggere. E anche qui in fondo Pacino agisce in loco parentis, non si limita a parlare di, ma parla ‘per’ Oscar Wilde, a sua memoria se non a sua difesa.

Allora tutto il racconto di Wilde Salomè, seppur così frammentario e confuso, smozzicato e ricorsivo, acquista un’onestà e una chiarezza totali, proprio quando più si allontana dalla mera cronaca delle prove teatrali, con annessi e connessi più o meno didascalici e/o folcloristici.
E trova in questo – a suo modo – un rigore, una fedeltà ed una chiarezza che, pur venati di una naiveté un po’ di maniera, sfumati di divismo ed egocentrismo, diventano il nesso e il senso, su cui il resto (quel che accade sul palcoscenico) è sfondo, vivo e vibrante di fatica e passione, ma pur sempre … accessorio, funzionale.

Al Pacino ci racconta quindi Wilde, il ‘suo’ Wilde: raccoglie le voci dei testimoni, visita – un po’ ingenuamente - i ‘luoghi sacri’ della vita (e della morte) dello scrittore, saccheggia gli archivi e le altre Salomè più blasonate, e strada facendo (quasi incidentalmente) ci mostra prove e problemi di una trasposizione teatrale, che sempre più diventa più ‘sua’ (quasi tagliando fuori la regia teatrale…).
Cerca e trova Oscar Wilde, attraverso Salomé, mentre cerca (e mostra) se stesso attraverso Oscar Wilde.
Due attrazioni fatali – con una bella dose di sano egocentrismo – che emergono un po’ alla volta da questa nebbia iniziale di micro eventi cuciti insieme, quasi oggetti volanti non identificabili (incidenti di lavorazione, screzi di regia, estenuanti discussioni con i produttori …) con una certa inevitabile fatica … anche per lo spettatore.

Anche se non sempre ‘convinto’, deciso, Wilde Salomé  ci è sembrato però un convincente e onesto tributo: d’affetto se non anche di affinità intellettuale, per un grande pensatore e scrittore, troppo volutamente frainteso e troppo spesso (oggi) dimenticato.

Andatelo a vedere, se aspetterete il suo ‘retrogusto’ vi troverete più di quel che pensate.

Voto: 8

Davide Benedetto