Al di lą delle montagne

04/05/2016

di Jia Zhang-ke
con: Zhao Tao, Zhang Yi, Liang Jingdong, Dong Zijiang, Sylvia Chang

Cina, fine 1999, Tao, una giovane donna di Fenyang (provincia dello Shanxi), è corteggiata da due suoi amici: Zhang e Liangzi. Il primo possiede una stazione di servizio ed è destinato a un promettente avvenire, mentre il secondo lavora in una miniera di carbone.
Sentimentalmente divisa, Tao dovrà fare una scelta che segnerà il resto della sua vita. Nell'arco di un quarto di secolo, tra una Cina in profonda mutazione e l'Australia come terra promessa di una vita migliore, vengono progressivamente alla luce le speranze e le disillusioni di un Popolo alle prese tra passato, presente e futuro.

Da quando Zhang Yimou ha deciso di abbracciare la retorica cara al governo di Pechino, Jia Zhangke è reputato da molti come il più valido cineasta della cosiddetta Cina Continentale. A esser sinceri, questo non è proprio un dato confortante per la Settima Arte cinese. Jia è un autore che presenta delle caratteristiche interessanti, ma rimane grezzo... ne ha moltissima di strada da fare prima di essere considerato un grande regista. Certo, il suo “Still Life” (三峡好人, “Sānxiá hǎorén”) lo ha portato a vincere il Leone d’Oro a Venezia nel 2006. Trattasi di un film apprezzabile, nessuno lo nega, però nulla di più. Purtroppo, da una ventina di anni vi è nella critica occidentale una irritante partigianeria in favore del cinema estremo orientale. In poche parole, da noi le pellicole asiatiche beneficiano sempre di un giudizio più indulgente rispetto a quelle prodotte altrove, Europa inclusa. Perché? Probabilmente per darsi un tono, millantando di conoscere delle culture assai complesse, senza saper nemmeno spiccicare una parola di cinese, coreano o giapponese; giusto per citare le tre principali cinematografie orientali. Sta tutta qui la differenza – da noi costantemente sottolineata – tra critici “cinematografari” e studiosi di settore.

Questo prologo non ha tolto un granché alla analisi del film in questione, visto che “Al di là delle montagne” è scritto male e girato peggio. La pellicola è piena di buchi nella narrazione e sin troppe cose avvengono fuori dalle inquadrature. Forse Jia, magari inebriato da una certa autorialità di stampo francofilo, ha ritenuto che questi non fossero dei difetti, anzi persino delle qualità artistiche che egli ha conferito alla sua opera. Per carità, non lasciamoglielo credere neanche per un minuto. Costui ha ancora tanto da apprendere su come si faccia il Cinema, per poi, forse, dare prova di avere talento.

In questa sua ultima fatica – lo è assai di più per chi si trova in sala – il regista ripropone il suo solito stile realistico. Egli si impegna ben poco nelle riprese, con dei piani perennemente fissi. Dal punto di vista formale altro non c'è da dire. La trama? È quasi inesistente, fuorché una suggestiva ambientazione nella prima parte del film, dove si mostra la Cina “pre-globale” degli anni '90. Una piccola curiosità, la città (Fenyang) dove si svolge buona parte della storia è anche quella natale dello stesso Jia.

Vi è però almeno un aspetto positivo in questa opera. Sarebbe a dire, che come per il recentemente uscito “La foresta dei sogni” di Gus Van Sant, è l'ultima mezzora a suscitare interesse nel film. Ciò malgrado, la pellicola del regista americano è nel suo insieme abbastanza decente, mentre quella del collega orientale è a dir poco scarsa, salvandosi soltanto parzialmente quando la vicenda si sposta in una Australia del 2025, col racconto della diversa capacità di adattamento tra vecchie e nuove generazioni di immigrati cinesi, in quel contesto anglofono che i moderni figli del Celeste Impero si illudono essere una specie di Eden. Il disincanto verso questo pernicioso tipo di Occidente è la unica cosa che attribuisce spessore alla pellicola. 

L'“occhio” del sinologo potrebbe individuare nel personaggio di Tao una raffinata allegoria della storia cinese degli ultimi anni, di come la donna scelga lo spasimante filo-americano (Zhang) – al posto di quello più povero (Liangzi) e incarnazione di un Paese che è rimasto in parte proletario –  per poi non riconoscersi nei suoi valori ultracapitalisti; cosa che la spingerà a rifiutare persino il suo stesso figlio, grottescamente chiamato “Dollar”. Però i film non vengono fatti per dotti accademici, bensì per il pubblico! Dunque, questa lettura simbolica lascia davvero il tempo che trova, restando un sofisticato esercizio intellettuale tra specialisti.

In sintesi, Jia ha commesso il tipico errore di un autore immaturo, girando quello che nel settore si definisce: “due film in uno”. Peccato che non se ne sia accorto, poiché la parte finale della sua pellicola, se adeguatamente sviluppata, poteva dar vita a un qualcosa di veramente intrigante. Lo spettatore noterà il ricorrere della celebre canzone “Go West” (1993) dei “Pet Shop Boys”, estremamente popolare in Cina negli anni '90, quando il regista frequentava l'università. Jia, in una intervista, ricorda come nei locali notturni: “'Go West' fosse il brano che mettevano sistematicamente al termine delle serate e che faceva scendere tutti in pista in un ballo collettivo. Non stavamo molto a chiederci cosa rappresentasse l'Ovest del titolo: poteva essere la California (che per noi è a Est) o l'Australia come per i personaggi del film”. Ebbene, le sue parole sono la riprova della superficialità di molti degli artisti cinesi di oggi... l'Occidente? Non pervenuto. Loro se ne fanno sempre e comunque l'idea che gli pare e piace. No, non funziona così. La mancanza di prospettiva e di alterità è il prezzo da pagare quando si cresce in una dittatura nata dalle ceneri di quel maoismo che ha letteralmente asfaltato la millenaria cultura di questo straordinario Paese. In Europa stiamo messi decisamente male; pertanto possiamo solo sperare che i cinesi si rivelino più saggi, ritrovando quella serietà che a noi fa ormai difetto. Confezionare un film che non si capisce e, per giunta, raccontato male è poco serio. Ragion per cui, lo rispediamo tranquillamente al “mittente”.

Voto: 4

Riccardo Rosati

Jia Zhang-ke utilizza tre diversi formati cinematografici, dal 4:3 al widescreen, cui corrispondono  differenti epoche storiche (1999, 2014, 2025), per raccontare i cambiamenti occorsi nella società cinese nell'arco di un quarto di secolo, e il fatto che il regista abbia impaginato per la prima volta un asciuttissimo melodramma rinunciando alla sua peculiare forma ibrida, a metà tra la fiction e il documentario, è forse indice della volontà di realizzare un film più accessibile al grande pubblico. Non per questo rinuncia alle sua tematica abituale, ovvero la disamina dell'impatto dei mutamenti sociali sull'individuo, ma questa volta con un tocco più intimista del consueto, analizzandone effetti e conseguenze su un singolo nucleo familiare.
Shen Tao, i cui genitori possiedono un piccolo negozio di elettrodomestici, deve scegliere tra due pretendenti, i quali la corteggiano con insistenza. Il primo, Zhang Jinsheng, è un imprenditore rampante che possiede un distributore di benzina, mentre il secondo, Liangzi, è un semplice operaio in una miniera di carbone. Tao sceglierà di sposare Zhang, mentre Liangzi abbandonerà la città seguendo il destino di migliaia di lavoratori migranti. Anni dopo Tao e Zhang hanno divorziato, mentre il loro unico figlio, Dollar, vive a Shanghai con il padre. Liangzi, malato di un tumore ai polmoni, torna a Fenyang, dove incontrerà Tao per l'ultima volta, mentre Tao si troverà a fronteggiare la morte del padre e il progressivo allontanamento del figlio. Nella terza parte Dollar, il quale si è trasferito in Australia con il padre, decide di abbandonare gli studi e intreccia una relazione con la sua insegnante.
Jia Zhang-ke parte da Fenyang, la sua città natale già ambientazione di molti suoi film, per approdare sulle remote coste dell'Australia, e a questo spostamento geografico corrisponde un eguale distanziamento culturale. Il formato si espande dalla visuale ristretta del 4:3, a significare le prospettive ancora anguste della Cina di fine millennio, fino ad arrivare alle grandi aperture spaziali concesse dallo schermo panoramico, ma a una visuale più ampia corrisponde solo un più ampio smarrimento. Nel segmento australiano, infatti, il figlio di Zhang e Tao, battezzato sardonicamente "Dollar", porta emblematicamente al collo le chiavi di una casa in cui non tornerà mai e comunica con il padre mediante il traduttore automatico di Google. La corsa indiscriminata verso il capitalismo, già ferocemente stigmatizzata nel bellissimo "Il tocco del peccato" (2013), produce alienazione, sradicamento, perdita d'identità, e la libertà dei cinesi della diaspora si rivela solo un'illusione. Il mondo è solo una prigione più grande perché, come commenta rabbiosamente Zhang Jinsheng,  "In Cina non posso acquistare armi. Qui posso comprare tutte le armi che desidero, ma non ho nessuno a cui sparare".
Come si è detto questa volta Jia Zhang-ke utilizza una struttura da mélò, a partire dal classico triangolo iniziale, svuotandola dall'interno attraverso uno sguardo sobrio e distaccato, che sovente si accende di impennate surrealiste. E così un piccolo aereo in fiamme si schianta accanto a Shen Tao, (e qui si pensa agli edifici di "Still Life", pronti a decollare come astronavi), un ragazzo la cui figura ricorre più volte porta in spalla una lancia d'epoca imperiale, esplosioni periodiche e fuochi d'artificio si susseguono sulla riva del fiume. L'emozione è invece delegata alle piccole cose, un invito di matrimonio coperto di polvere, una vecchia e melanconica canzone cantonese, un'inquadratura della "vecchia" Fenyang refrattaria alla modernità. Ma l'ironia è amara, a partire dalla foto del matrimonio tra Tao e Zhang, che li ritrae sullo sfondo luccicante quanto fittizio della Sidney Opera House, fino alle note di "Go West" nella versione dei Pet Shop Boys, un esortazione che è diretta conseguenza della politica di Apertura e Riforme inaugurata da Deng Xiaoping vent'anni prima; note che  risuonano come un inno gioioso nella Fenyang del 1999, quando il futuro sembra una fonte inesauribile di luminose promesse, ma che ritorneranno ad accompagnare lo struggente controcampo finale nella Fenyang del 2025.
Zhao Tao, moglie del regista e sua collaboratrice abituale, offre una memorabile interpretazione e costituisce il fulcro emotivo del film, tanto che se ne avverte l'assenza durante la parte ambientata in Australia, nella quale Sylvia Chang e Dong Zijian non sembrano del tutto a proprio agio con la recitazione in lingua inglese.
Malgrado "Al di là delle montagne" sia il film meno apertamente "politico" di Jia Zhang-ke, la censura di Pechino lo ha comunque sforbiciato, eliminando dalla versione cinese la sequenza nella quale Dollar è in intimità con la sua insegnante, si sospetta per un eccesso di "pruderie" confuciana.

Voto: 7,5

Nicola Picchi