Era d'Estate

09/05/2016

di Fiorella Infascelli
con: Giuseppe Fiorello, Massimo Popolizio

Estate 1985, i due inseparabili giudici antimafia Falcone e Borsellino sono frettolosamente prelevati dalla Digos con le loro famiglie e messi al sicuro, sotto minaccia di attentato. Passeranno lunghi mesi ‘esiliati’ nell’isola dell’Asinara, preparando il maxi-processo che cambierà (forse) la storia della lotta dello Stato contro la Mafia.

Era d’estate ma l’Estate (quella con la E maiuscola) non c’era. Ci aspettavamo molto da questo film, perché lo spunto sembrava - e rimane – ottimo: Falcone e Borsellino non ce li hanno (quasi) mai raccontati così, e la portata dei temi che gli fanno da sfondo (la lotta generosa e solitaria dei giudici contro la Mafia, la stagione dei pentiti, le connivenze …) era tale da offrire un ricco spazio narrativo, senza troppo concedere alla fantasia.
Occasione sprecata, perché il film – letteralmente - non comincia mai, non succede quasi nulla e questo quasi nulla viene raccontato in maniera maldestra, stentata, noiosa, sembrano quasi mancare i mezzi tecnici, le competenze, il ‘mestiere’: o almeno l’impressione è quella.
Perché nelle riprese i colori sono sbiancati, slavati, smorti (tutti, persino il colore del mare meraviglioso dell’Asinara, persino i tramonti); perché nei dialoghi manca ritmo, spessore, senso; perché nelle inquadrature manca originalità, consequenzialità.
E la sceneggiatura sembra troppo a lungo impantanata in un’attesa che è vuota, inane molto più per noi che per i protagonisti: l’iniziale colpo di scena, il ‘prelievo’ dei giudici da parte della Digos, che dovrebbe essere uno shock, una rottura (della tranquillità familiare) e invece è una carnevalata un po’ sbilenca; i bisticci per noia – rigidi, poco credibili – tra i due giudici, le improbabili, stereotipate confidenze tra le mogli, rimane tutto opaco, esile, insapore.
E su tutto la noia, una lentezza non della vicenda (quella era …) ,ma del raccontare, del narrare, sciupando gli spunti, scolorando i personaggi. In alcuni passaggi, in alcune scene (balneari) il film sembra riuscire ad riaccendere – quasi accidentalmente - un minimo di tensione e ci aspetteremmo un grido, un gesto, un attacco, una bomba: ma niente accade e ripiombiamo nel nostro silenzio.
Solo con l’arrivo dei documenti, i maltrattati faldoni del processo, che permetteranno a Falcone e Borsellino di riprendere la loro battaglia (scontata la pena di questa lunga pausa forzata), il racconto si ri-anima, la narrazione riprende un minimo di movimento, trovando una flebile energia nella contrapposizione tra l’euforia, la passione civile dei due lottatori, ed il tepore degli affetti familiari che li circondano.
Non vogliamo mancare di rispetto né ai reali personaggi e neppure a chi questo film l’ha voluto realizzare così (concediamo il beneficio del dubbio), per rispetto forse (senza voler – o sapere - nulla aggiungere alla nuda cronaca)  o per scelta stilistica: ma resta l’impressione d’aver davanti un icona, un ritratto che vorrebbe essere umano ma rimane stereotipato, quasi un santino rudimentale, slavato e sbiancato dal sole.
Difficile essere buoni con questo film, che non si merita il talento un po’ spaesato (per ‘horror vacui’ data la sceneggiatura) dei due generosi interpreti (Fiorello e Popolizio), impastoiati e in impari lotta con la totale assenza di testo e di azione.
Da evitare

Voto: 5

Davide Benedetto