Pericle il Nero

26/05/2016

di Stefano Mordini
con: Riccardo Scamarcio, Gigio Morra, Valentina Vacca, Maria Luisa Santella

Pericle è un giovane della camorra ex-pat, frange di malavita emigrate in Belgio, che prosperano con discrezione nel sottobosco d’una società civile anonima e sfocata. Trascorre una vita incolore e ottusa, senza desideri, ai limiti della sopravvivenza, senza desideri e senza piaceri, accontentandosi del suo ruolo di ‘punitore’ per la “famiglia” che lo ha adottato. Coscienzioso  esecutore degli ordini del suo Don, commette un errore che scatenerà un imprevisto risveglio, riuscendo a riappropriarsi della sua vita.

Il film ha delle buone idee, anche se lo sviluppo narrativo è – in coerenza con la vicenda e con il protagonista – a tratti discontinuo, e l’ambientazione è decisamente realistica, quasi documentaristica: sullo sfondo e solo sullo sfondo restano le città, le vie, i personaggi secondari, il vivere civile e quotidiano che è anche materialmente sfocato, scolorito, riuscendo a trasmettere un senso di profonda estraneità e distacco che è proprio del pensiero e della vita di Pericle.
Come crime story è decisamente minimalista, che più non si può, nel plot e nello stile narrativo: piccole beghe, quasi da commari, tra i capoccia della camorra belga, tra le quali si va ad incastrare Pericle, fin lì ligio e indifferente esecutore degli incarichi molto ‘particolari’ che il suo boss, Don Luigi, gli affida all’occorrenza. Una vita ai margini dei margini: per la “famiglia” lui non è nessuno, dorme in un buco squallido, s’accontenta di poco e nulla, arrotonda le entrate sfruttando la sua particolare dote ‘recitando’ nei porno B-movie locali. Il tutto raccontato in buona parte in soggettiva, con inquadrature ‘sporche’, dal taglio quasi casuale, ma non prive di una certa poesia.
Un tunnel esistenziale nemmeno drammatico, soltanto opaco, grigio: più che un tunnel, una routine, più che un criminale, un fattorino; rassegnazione quasi inconsapevole, più che dramma.
Fintanto che uno sbaglio durante un ‘incarico’, una svista, quasi una smagliatura d’un copione ormai logoro, non lo costringe alla fuga, ad abbandonare quelle poche squallide certezze per cercare di uscire dal giro: nemmeno rifarsi una vita, ma soltanto scostarsi per cercare un altro angolo dove riprendere a sopravvivere, anonimo e grigio come prima.
Esce dal giro, scappa per salvarsi, all’inizio per puro istinto di sopravvivenza, quasi animalesco: ma nella fuga inciampa nel suo passato, accantonato senza memoria, ritrovando le ragioni del suo essere diventato Pericle il Nero e da ultimo consumando il distacco – violento, ma lucidissimo – sia dai suoi pochi e avvizziti affetti che dal mondo micro criminale in cui languiva, per arrivare a scoprire e ad alimentare il suo desiderio di – infine – vivere.
Scritto così, una bella storia: minimalista, sicuramente, ma non priva di una buona, solida coerenza di stile e di una certa atmosfera. I ritmi sono comunque lenti e discontinui, ma questo non è fuori posto, l’ambientazione è un po’ fredda, distante, a fondocampo, ma anche questo ci sta.
Quello che convince un po’ meno è la ‘calibratura’ del protagonista: anche se soggetto, sceneggiatura  e dialoghi sono ragionevolmente onesti nel costruire l’intreccio e la caratterizzazione del milieu in cui si muove Pericle (il personaggio, ma anche tutto il film), anche se è evidente e apprezzabile il gran lavoro di lima e cesello, per sottrazione, per riduzione i toni minimalisti e realistici, e la trasformazione totale, il rovesciamento completo (per riscoperto ed improvviso amor di sé e della sua amata-per-caso ) questo non-eroe non convince fino in fondo, questo Pericle così Nero e rudimentale, quasi regredito, quasi un animale in fuga caotica, che diventa lucido, e spietato e insieme tenero e coccoloso…
No, resta fuori qualcosa, manca un pezzo, un razionale di questo riscatto: tra la sceneggiatura (comunque convincente) e l’interpretazione del protagonista (un tantinello egocentrica, diciamolo pure…) s’è sfilato un passaggio, un anello manca. Peccato, perché il resto (coerenza narrativa, una ragionevole originalità narrativa, un’ atmosfera credibile, colonna sonora azzeccata,comprimari molto bravi…) c’era tutto. Ma così resta un po’ un esercizio di stile, una prova ‘tecnicamente’ molto riuscita ma un po’ fredda: interessante, anche a tratti coinvolgente, ma non appassionante.
Da vedere, se capita.

Voto: 6,5

Davide Benedetto