Alexandra

13/06/2008

di Aleksandr Sokurov
con: Galina Vishnevskaya

A scrivere che il cinema è ormai in disfacimento si va incontro com’è logico alla reazione indignata di tutti coloro che con questo cadavere in decomposizione ci campano, e bene. Allora per una volta cambiamo bersaglio e diciamo che il cinema è messo male ma che la critica cinematografica è messa peggio. D’altra parte è la critica che dovrebbe indicare la strada, come la scuola dovrebbe formare i cittadini (e infatti i risultati si vedono). Se la critica non fa il suo dovere, il cinema continuerà a marcire senza rendersi conto del suo miserevole stato. Ne sono la prova alcuni recenti titoli italiani lodati in maniera fraudolenta solo perché di “interesse nazionale” e che invece avrebbero avuto bisogno di qualche solenne bastonatura, per l’immoralità con cui sono stati realizzati e per l’arroganza con cui hanno invaso le sale, tanto da far sorgere il dubbio che chi li ha prodotti e distribuiti predichi bene ma razzoli male. Se il cinema fosse ciò che dovrebbe essere, “Alexandra” occuperebbe qualche sala in più, e altri film qualche sala in meno. D’accordo, ringraziamo il cielo per il fatto che sia stato almeno distribuito, cosa che tanto per dire non è ancora accaduta con altri film presentati al Festival di Cannes del 2007, tra cui l’ultimo Rohmer, “Cleopatra” di Bressane, l’ultimo Bela Tarr, lo straordinario “Cristoforo Colombo” di de Oliveira. Tuttavia, piange il cuore nel vedere che chi si occupa di cinema sui quotidiani tratta con un certo sussiego l’ennesimo capolavoro di questo Dreyer dei nostri tempi, cosa che una volta nessuno che volesse davvero fregiarsi del titolo di critico cinematografico avrebbe fatto. In nome naturalmente di una presunta morale politica, secondo cui Sokurov si sarebbe macchiato di eccessiva morbidezza nei confronti dei russi. Tema su cui naturalmente si può dibattere, ma che nulla toglie alla straordinario valore artistico del film, che nasce da una constatazione incontrovertibile: Sokurov fa Cinema, altri no. La ricerca continua del regista è, al di là di ogni altro aspetto, il tentativo di continuare sul solco tracciato dai grandi maestri del passato, isolando se stesso e il proprio modo di fare cinema da ogni inquinamento attualizzante. Il cinema di Sokurov è un cinema di nostalgia (come quello del suo maestro Tarkovski) per il tempo che scorre, inesorabile, e che muta il rapporto degli uomini con il mondo, fino a mutare l’aspetto stesso degli uomini e del mondo. Sokurov registra i mutamenti in maniera infinitesimale, e sembra in molti casi che il suo Cinema sia un atto disperato per fermare questi mutamenti con l’unica arma in suo possesso, la macchina da presa. Essendo il Cinema legato indissolubilmente alla vita, ed essendo inesorabile il mutamento della vita dovuto allo scorrere del tempo, ecco che il tragico utopistico inevitabilmente destinato alla sconfitta tentativo sokuroviano di cristallizzare la vita, fosse anche quella antiquata di un’anziana donna, attraverso un modo immutabile di fare cinema, legato al passato e persino alla lezione del muto, diventa a sua volta simbolo di un’epoca e di un cinema che non esistono più. Il problema posto da “Alexandra” non è tanto quindi legato al discorso su una specifica guerra come quella cecena, ma su qualcosa che a che fare con l’universalità della vita e della guerra, entrambe cupamente destinate ad incontrarsi sempre, come la protagonista e i soldati in un reiterato gioco ora sorridente ora tragico ora malinconico. Di questo continuo, eterno, triste rapporto il cinema è ormai diventato allucinato e allucinante (in molti casi) testimone, riproduttore, persino evocatore. Sokurov non offre certezze allo spettatore, non mostra la guerra per quello che è proprio perché pudicamente sa quanto in passato l’immagine cinematografica abbia rielaborato il tema della guerra senza tuttavia ovviamente poterne rappresentare la catarsi definitiva. Astrattamente, con un grado visionario comunque raggelato, il regista sembra assumersi lui sì un compito morale: quello di prendere le distanze dalla guerra «in formato cinema» attraverso una forma espressiva purissima, denaturata, privata di ogni seppur minima tonalità spettacolare o comunque parassitaria e quindi colpevole quanto coloro che quella guerra la fanno. È come se volesse indicare, attraverso il suo altissimo status artistico e utilizzando magistralmente alcune potenzialità cinematografiche oggi sempre meno utilizzate, e comunque spesso e volentieri utilizzate male (musica, scelta ponderata delle inquadrature, luci, montaggio, una secchezza narrativa – da non confondersi con velocità o superficialità -che solo i grandi maestri possiedono), una strada da percorrere: la strada che il Cinema recuperi il senso etico indispensabile a chi comunica con un pubblico potenzialmente enorme e indefinito. Invece di limitarsi a condannare chi fa la guerra, si assuma la responsabilità di prendere le distanze da chi quella guerra la mostra in ogni suo orrore e ci guadagna sopra (e naturalmente il discorso non vale solo per la guerra).

Voto: 10

Roberto Frini