Sex and the City

25/06/2008

di Michael Patrick King
con: Sarah Jessica Parker, Cynthia Nixon, Kim Cattrall, Kristin Davis

Escludendo qualsiasi discorso di genere, si potrebbe creare una macrocategoria cinematografica comprendente tutti quei progetti filmici nati per gemmazione dal piccolo schermo: benché non sia poi caso così frequente, per una serie tv, passare nelle sale, è pur vero che molto del cinema hollywoodiano di oggi sembra aver metabolizzato quella che della tv è la caratteristica principale, l’episodicità/serialità, quando non un più diffuso stile di narrazione e d’immagine. In questa macrocategoria, troveremmo allora due correnti ben delineate: da un lato, i prodotti che proseguono il discorso televisivo, senza modificarne forma né contenuto; dall’altro, quelli che ripensano alla propria origine, la destrutturano quindi per ricostruirla. Non stupisce certo che il grosso di questi prodotti ricada nella prima categoria – si pensi a I Simpson – Il film, X-Files – Il film (il sottotitolo sembra quasi d’obbligo), per citarne soltanto un paio –, insieme a tutti quei recuperi tardi (Charlie’s Angels) o remake demenziali (Starsky & Hutch) che sembrano andare oggi per la maggiore. Nella seconda categoria, spiccano – o, forse, sono gli unici? – Fuoco cammina con me di David Lynch e Miami Vice di Michael Mann, non meri sequel/prequel, ma originali riscritture del testo televisivo in testo filmico.
E dopo un simile preambolo, la domanda, posta nello stile autentico di Carrie Bradshaw: «E allora non posso fare a meno di domandarmi: Sex and the City in quale di queste due categorie ricade?». La risposta è tutto, fuorché semplice: se da un lato non si assiste, nelle quasi due ore e mezzo del film, ad un lavoro di riscrittura – la regia è piatta, la fotografia regala qualche guizzo interessante subito annegato in un grigio monotono, il montaggio è quello standard da commedia di serie B –, assistiamo dall’altro ad un'assai interessante (ri)semantizzazione: nel breve spazio delle puntate televisive, Carrie, Miranda, Charlotte e Samantha continuano ad interrogarsi su sesso, amore, amicizia, uomo, donna, arrivando persino a sfiorare, grazie a sceneggiature brillanti come poche se ne vedono, delicate questioni sociali e (bio)etiche. Sei stagioni, dunque, all’insegna della leggerezza, del glitter, della screwball senza dimenticare un certo tono agrodolce alla Woody Allen.
Eppure nel film entrambe queste caratteristiche spariscono: ci sono, ovviamente, momenti ilari, alcuni persino pecorecci; ovviamente c’è il sesso, parlato, analizzato, visto; altrettanto ovviamente c’è New York: l’appartamento di Carrie, Manolo Blahnik, la 5th, Park Avenue, e via discorrendo. Perché, dunque, non si riconosce nella pellicola lo spirito della serie tv? Perché, grazie a Michael Patrick King – regista senz’altro mediocre –, la sceneggiatura del film ha fatto un passo da gigante rispetto alle proprie radici: e nel mostrare la propria star senza trucco, comunque bravissima la Parker, rivela il grigio, l’opaco sotto il laccato scintillante. È un film ancora più umano di quanto la serie non fosse: anche là c’eran stati pianti, rotture, crisi, depressioni; ma qui il discorso filmico s’arrichisce di una dimensione per forza estranea al medium televisivo: il tempo.
Ogni puntata di una serie vive nel presente assoluto; ogni stagione periodizza una storia ma, alla fine, senza precisi riferimenti temporali a scandirne i capitoli; gli over-archs ne organizzano sì spazi e contenuti, ma quasi mai i tempi. Ciò significa, ad esempio, che nella puntata X Carrie è follemente innamorata di Aidan e in quella Y, immediatamente successiva, il loro rapporto è destinato a finire: le crisi, le emozioni, i percorsi individuali – tutto deve, per necessità, esplodere in trenta minuti solamente. Il film invece può permettersi d’iniziare, prendersi il suo tempo, girare su stesso, involversi – persino, bisogna ammetterlo, scadere lievemente nella parte centrale, forse davvero troppo lunga – e infine sciogliersi: allora, sotto ai vestiti di Vivian Westwood, le scarpe dai tacchi vertiginosi, le passerelle, i matrimoni, tradimenti, feste, nascite, addii, inizia ad intravvedersi la dimensione più autentica della vita: il tempo, appunto. Le protagoniste sono invecchiate, il tono, persino la storia e, forse, anche noi: in questa nuova chiave il film trova una sua forza, convincente quasi sempre, spesso toccante.
«Già» scriverebbe Carrie Bradshaw sul proprio laptop, accomiatandosi dallo spettatore, «la vita è una cosa strana. E, per rispondere alla vostra domanda: in nessuna delle due».

Voto: 7

Andrea Morstabilini