Mamma mia!

21/10/2008

di Phyllida Law
con: Meryl Streep, Amanda Seyfried, Pierce Brosnam, Colin Firth, Julie Walters

Kalokairi: un’isola d’incontaminata bellezza pre-turistica e pre-capitalistica, nella cornice brillante dell’Egeo.
Donna Sheridan: madre indipendente, ex-Figlia dei Fiori, dirigente (e forse unica ospite, vien fatto di pensare) di un diroccato hotel pre-Hilton che porta il suo nome.
Sophie Sheridan: figlia e presto moglie del giovane Sky (sic!), con il quale sogna di riaggiornare isola, ed albergo insieme, all’epoca moderna dei resort di lusso.
Sam Carmichael, Harry Bright e Bill Anderson: tre uomini in cerca di paternità, o forse no.
La trama di Mamma mia! è davvero tutta qui: alla vigilia delle nozze, la giovane Sophie vuole conoscere il padre che le è sempre mancato, ma chi sarà il vero genitore fra il parco di tre non più giovani ex-Sessantottini che la madre amò vent’anni prima? Tutto il resto funge da contorno saporito per un piatto principale un poco scipito: le due amiche di Donna, Rosie e Tanya; un coro di donne greche che vorrebbero scimmiottare la commedia greca di Aristofane; un pianista sull’oceano e una gita in barca; un’avvenente ragazzo di colore con la passione per le donne attempate.
E, ovviamente, ben ventiquattro numeri musicali che, trattandosi d’un musical, è necessario commentare nel dettaglio. Dimentichiamo per un istante i virtuosistici esperimenti di Baz Lurhmann e peschiamo della memoria le esibizione più ruspanti di Grease o – ci perdoni il lettore, anche se osiamo scomodare un mostro sacro – del The Rocky Horror Picture Show. I numeri musicali di Mamma Mia!, infatti,  ricordano così tanto il kitsch degli anni ’70 da far sembrare che il trentennio trascorso non sia mai passato: siamo all’apice dell’estetica del glitter e degli zatteroni, della gayness più sfacciata ed irriverente; siamo al culmine del camp («Does Your Mother Know» eseguita dall’incorregibile Tanya, circondata da avvenenti ragazzoni seminudi) e del trash («Chiquitita» eseguita da Donna, Tanya e Rosie, con tanto di tampax e finti peni-feticcio).
Il miracolo è che il minestrone ribollente di ellenica asciuttezza – a patto di dimenticare il “coro” di prezzolate – e gaia frizzantezza funziona egregiamente: le canzoni sottolineano la trama (per quanto di trama si possa davvero parlare) con appropriata levità, gli ammiccamenti salaci sbeffeggiano il finto moralismo di tanto cinema odierno (la scena in chiesa è impagabile!) e le coreografie sono ben dirette e trascinanti, con quel pizzico di pruriginosa bellezza che sconfina nel guilty pleasure.
Per tacer poi del fatto che la voce di Meryl Streep è meravigliosa ed ogni numero da lei eseguito eleva il film in territori altrimenti sconosciuti. Se non ci fosse lei, la grande Meryl Streep due volte premiata dall’Academy, a regalarci – anche in un contesto così insignificante – un’interpretazione da pelle d’oca e, insieme, da Oscar, il film scivolerebbe via nella più totale indifferenza. È solo la Streep – coadiuvata a volte delle ottime Julie Walters (Rosie) e Christine Baranski (Tanya) – a tenere alto l’onore di Mamma Mia!, poiché i giovani del cast, Amanda Seyfried e Dominic Cooper, sono insipidi e i tre papabili padri semplicemente imbarazzanti: fuori parte, mal assortiti e dalle assai dubbie qualità vocali (Pierce Brosnan è stato definito dal critico del «Miami Herald» a wounded racoon, un procione straziato – e la definizione è assai calzante).
Per grazia ricevuta, tuttavia, Meryl Streep è nel cast di Mamma Mia! e conferisce alle pellicola un sapore di memoria agrodolce, racconto d’un’estate passata, nostalgia della giovinezza che rimane impresso anche dopo che i titoli di coda – fatevi un favore: guardateli. Il numero finale garantisce così tante risate che è un vero peccato perderlo –, mentre tutto il resto, padri figlie e mariti, si dimentica all’istante.

Voto: 5,5

Andrea Morstabilini