Control

27/11/2008

di Anton Corbijn
con: Sam Riley, Samantha Morton

"Waiting for the time, something must break"

Aprire così una recensione su un film incentrato sul leader di una band non è di certo una mossa originale, eppure questa frase dice molto di più rispetto a mille cappelli introduttivi, su chi furono i Joy Division e Ian Curtis, per il panorama new wave inglese e non.
E' quindi uscito finalmente anche in Italia "Control", un film che può essere considerato molto di più di una semplice biografia, poichè, scena dopo scena, ciò che impariamo a conoscere non è soltanto il talento di un artista come ce ne sono stati pochi, ma l'anima tormentata di un ragazzo, ingoiato dai suoi demoni, dalle sue ossessioni. Il film è tratto dal libro di Deborah Curtis, "Così vicino, così lontano", ma ha potuto trovare un'adeguata trasposizione sullo schermo solo in seguito alla revisione della sceneggiatura fatta da Greenhalgh, che ne ha smorzato i toni troppo accesi, tipici di una donna ferita ed amareggiata, riuscendo quindi a far emergere anche quei tratti e quei personaggi, come ad esempio la giornalista belga con la quale Ian ebbe una relazione, che nel libro sono trattati molto marginalmente. La regia è affidata, invece, a Anton Corbijn, una scelta di certo non casuale vista la fama di cui gode come regista di videoclip e di fotografo di band come Depeche Mode, U2 e REM. E ancora una volta Corbijn non ha deluso, grazie alla sublime fotografia in bianco e nero, penetrante e malinconica allo stesso tempo, alle bellissime scene live dal forte impatto emotivo e dal grande realismo, alla capacità di far trasparire sullo schermo una figura sfuggente come quella di Ian Curtis.
Fulcro del film rimane infatti la figura romantica e disperata di Ian Curtis, con la sua malinconia e la incurabile tristezza a dominare a tal punto la scena che si può sostenere che "Control" non è un film prettamente musicale, ma una biografia accurata di una personalità sfuggente. Tutto ciò si traduce sul grande schermo in un'intimità quasi maniacale della macchina da presa nei confronti del personaggio, nella capacità di rendere, attraverso un effetto statico e quasi di congelamento, le pause, la noia, i silenzi che sono propri della vita reale.
Bravissimo il protagonista, Sam Riley, che alla sua naturale somiglianza fisica con Curtis riesce ad unire la capcità di calarsi completamente nel ruolo (come non citare la "famosa danza epilettica" che  Riley rifà perfettamente), nel tentativo di rendere il giusto spessore psicologico di un giovane ventenne che soffre, piange e custodisce in sé un dramma che non sa né spiegarsi né tanto meno risolvere. E' questo immenso vuoto che Cutris ha dentro, questa malinconia inafferrabile e senza rimedio che lentamente lo esilia, lo isola da tutti e da tutto fino a portarlo a progettare ed eseguire il suo suicidio.
Ottima la colonna sonora, che oltre a riproporre brani indimenticabili dei Joy Division, pesca anche nel grande repertorio del periodo, spaziando dai Velvet Underground ai Sex Pistol, da Roxy Music a Buzzcocks.
Insomma un vero capolavoro di malinconia e disperazione.

Voto: 8

Lucia Cocozza