Le Ombre Rosse

12/09/2009

di Francesco Masello
con: Roberto Herlitzka, Ennio Fantastichini, Valentina Carnelutti, Arnoldo Foà, Lucia Poli

Se ci si vuole riferire a qualcosa che si sta lentamente spegnendo, o che lentamente si spegne, la metafora dell’ombra ha un suo valore immenso, poiché l’ombra esiste finché vi è luce. Ve ne può essere tanta, o poca, e da ciò dipende l’intensità dell’ombra, ma senza luce, l’ombra di sicuro non può esistere. O quantomeno, non la vediamo. Continuerà a muoversi, nel buio, a respirare, ad affliggersi? Non è dato saperlo. La cultura, il comunismo, il cinema (caso strano iniziano tutti con la C e forse sono la stessa cosa) sono morti o moriranno entro breve tempo perché manca la luce. Decliniamola, a piacere, con la ragione, l’intelligenza, la fantasia, la curiosità, l’interesse, il rispetto, e chi più ne ha più ne metta. Tutte qualità che in dosi minori o maggiori il film di Maselli esprime, ancor meglio, che cerca di esprimere attraverso un’idea sviluppata in maniera dialettica. Senza la presunzione e l’arroganza spettacolare che purtroppo stanno invadendo il cinema nostrano, concettualmente povero ma capace di mascherare questa povertà con un terrificante apparato mistificante e illusorio (vedi gli ultimi, inguardabili Tornatore e Placido). Le ombre rosse ha, in tal senso, lo stesso valore di quelli che possono essere considerati gli unici, veri grandi film italiani degli ultimi dieci anni, vale a dire Il caimano di Nanni Moretti e I centochiodi di Olmi. Una costruzione drammaturgia ondivaga, fluttuante, priva di quella rigidità schematica, di genere (telefilmica, quindi della peggior specie) in cui sta immergendosi tutto il cinema italiano sulla scia di penosi modelli stranieri; ma capace al contempo di creare delle figure che non siano i burattini grotteschi di un Sorrentino o di un Virzì, a cui appiccicare caratteristiche che non emergano invece, come deve essere, dalla narrazione e dal pensiero. Certo Maselli non ha la forza di altri grandi autori europei, fatica nonostante tutto a staccarsi dalla necessità di una costruzione, ha per certi versi lo stesso difetto degli ultimi Antonioni e di certi film di Olmi. Pare, come i suoi personaggi anziani, che senta dopotutto il bisogno di comunicare, che segua una sorta di costrizione a romanzare, di cui riescono a fare a meno un Rivette e, ancor di più, un Sokurov. Da tale costrizione deriva, oltretutto, un certo afflato poetico non di prima mano e una fiducia ancora palpabile e, probabilmente, superflua, nella messa in scena. D’altronde appare poco realistico o comunque troppo limitato, privo della cattiveria di un Moretti, anche lo sguardo sui giovani di sinistra, descritti come idealisti in una maniera quasi ecumenica che poco si attaglia a una vera presa di coscienza sulla società attuale (vedi il finale). Detto questo, e buttato lì il dubbio sulla necessità di certi “sponsor” (compresa una marca di televisori e videocamere non citata nei titoli di coda), restano alcuni momenti folgoranti (il funerale del personaggio più interessante ed emblematico, il risultato delle elezioni compreso attraverso il suono dei clacson: brani di grande cinema), riflessioni che solo coloro che vorrebbero minimizzarle definiscono banali e forzate (la cultura che deve rendere, i giovani delle banche “di sinistra”, i centri commerciali come fulcro della società attuale, l’ignoranza di chi fa televisione) e una battuta di dialogo che da sola basta a rendere Le ombre rosse lontano anni luce dai filmetti che si producono attualmente. Quando una ragazza chiede all’architetto interpretato da Ennio Fantastichini (bravo, ma il migliore del gruppo è come al solito il magistrale Herlitzka) se nel progetto di ristrutturare il centro sociale c’entri qualcosa l’Eni, lui non capendo o fingendo di non capire risponde che tiene in casa da sempre il busto di Lenin.

Voto: 8

Roberto Frini