Case 39

02/12/2009

di Christian Alvart
con: Renée Zellweger, Jodelle Ferland, Ian McShane, Kerry O'Malley, Callum Keith Rennie, Bradley Cooper, Adrian Lester, Georgia Craig, Cynthia Stevenson

E' noto ormai a tutti che gli operatori sociali sono degli ingenui. Nei film americani, psicologi e assistenti sociali, spesso vengono abbindolati da tutta una progenie demoniaca, la quale si infiltra nelle crepe della formulazione freudiana dell'infante inteso come perverso polimorfo, del tutto ignorata da quelle parti. E questo, in genere, porta a una serie di fraintendimenti che sfociano spesso in carneficine molto divertenti.
Ma non è questo il caso. Divertente, si intende.
Perchè per quello che riguarda tutto il resto, il copione è rispettato in pieno.
L'operatrice di turno, appena mette piede in una casa dove dei degenerati genitori mettono al forno la loro pargoletta, pensa immediatamente ad Hansel e Gretel.
Ma lo spettatore un pochino meno influenzato dal buonismo di chi rimane puro, nonostante il lavoro sporco che gli tocca svolgere, immagina già in quel momento che ci sia una ragione.
O almeno quelli svegli si chiedono come mai un genitore metta nel forno la figlioletta, senza che ci sia una carenza di approvvigionamenti in vista.
Da questo momento in poi, e precisamente nell'istante in cui la piccola Lilith si installa in casa di Emily, la psicologa di buon cuore che l'aveva tirata fuori dal forno, lo spettatore si chiede quanto ci metterà la poveretta a decidersi a rimettercela dentro.
Intanto Lilith non è esattamente il nome di un angioletto, e questa qui di angelico ha veramente poco. La monumentale prova di Jodelle Ferland ci regala una delle più inquietanti tra le piccole, mostruose creature dell'ultimo cinema horror. Lontana anni luce da quello scherzo scappato dal circo Barnum che è la protagonista di Orphan.
La Lilith di Jodelle è l'unico motivo per guardare l'ennesima storia di bambini demoniaci, che in sè non ha davvero nulla di nuovo. Il suo solo paventare l'incubo di tutti i genitori ostaggio delle pretese da shopping compulsivo dei loro pargoli, è in sè un capolavoro di angoscia.
Mentre Renée Zellweger, non esattamente una grande attrice, in questo caso riesce a dare l'impressione di passare di lì per caso, e di mettere tutta la sua attenzione nel sembrare dolce e materna. Oltre che del tutto stupida. O troppo buona per questo mondo cattivo, in cui i bambini non sono più quelli di una volta.
La tensione, che si auspica accompagni storie simili già dai tempi gloriosi del Presagio, è qui del tutto assente. Ogni singola azione del piccolo mostro viene presto soffocata dallo sbadiglio che lo spettatore tenta invano di sopprimere, per riguardo a un regista che non è del tutto un principiante. Antibodies non era così brutto. O forse è passato troppo tempo e si tende a idealizzare. Chissà.
Certo è che la storia trita e la rappresentazione poco ispirata creano non poche difficoltà a chi voglia arrivare fino in fondo alla pellicola. Giusto per capire come finirà.
Anche se è prevedibile, in questo caso pure certo, che finirà in maniera del tutto ovvia. Data la totale assenza di originalità in tutta la pellicola.
Ma tant'è, adesso è tornato di moda il bambino cattivo, posseduto come in Dorothy Mills, o semplicemente sociopatico, modello Joshua, poco importa. Quel che conta è che, a giudizio degli sceneggiatori d'oltreoceano, è ormai giunto il momento di smettere di caldeggiare le esportazioni di democrazia e paranoia e dedicarsi seriamente alla costruzione di una serena atmosfera familiare. Così tanto per dare un ulteriore brivido all'americano medio, ormai abituato a non fidarsi nemmeno più dei suoi figli.

Voto: 5

Anna Maria Pelella