Cella 211

16/04/2010

di Daniel Monz˛n
con: Carlos Bardem, Luis Tosar, Marta Etura, Alberto Ammann, Antonio Resines, Luis Zahera, Manolo Solo

Juan Oliver ha appena trovato lavoro come secondino in un penitenziario di massima sicurezza. Prima ancora di prendere servizio, durante il giro di perlustrazione con altri secondini, viene ferito alla testa da un pezzo di intonaco. I colleghi lo collocano momentaneamente nella cella 211. Nel frattempo esplode una rivolta e Juan, per evitare la morte, non può fare altro che fingersi un carcerato.


Che cos'è che fa di un uomo un criminale?
Non è facile dare una risposta, ma di sicuro mettere in discussione l'intero apparato di pensiero che vuole i criminali geneticamente diversi dalle persone cosiddette normali è un primo passo.
Juan non ha nulla che lascia presagire derive sociopatiche o semplici simpatie in quel senso. E' un uomo comune, addirittura un futuro secondino, il cui unico problema è quello di essersi trovato dalla parte sbagliata dei cancelli allo scatenarsi di una rivolta.
Malamadre è il capo di una delle più grosse fazioni interne e lo prende sotto la sua ala protettrice. Ma la scena di un funzionario che usa il manganello senza pietà sul corpo inerte di sua moglie incinta al sesto mese, durante la repressione in atto ai cancelli del carcere, rende Juan particolarmente sensibile alle tematiche in gioco.

Sommerso di premi ai recenti Goya questo Cella 211 riapre un dibattito mai sopito sulle reali differenze tra i malavitosi e la gente comune.
In quali circostanze bisogna trovarsi per capire davvero chi decide di compiere un'azione criminosa?
Naturalmente non tutte le persone messe alle strette dalle circostanze sceglieranno di agire in senso contrario alla morale comune o, peggio contro la legge. Ma di sicuro una buona percentuale di questi capirà le motivazioni di quelli che lo fanno. Capire le motivazioni è certo il primo passo di un'eventuale azione di prevenzione o almeno di arginamento delle pericolose derive sociali cui assistiamo di questi tempi sempre più spesso, per la maggior parte delle volte attraverso lo schermo di un televisore. Ma la rinnovata consapevolezza che in situazioni disperate le persone tendono a compiere azioni folli è una delle acquisizioni con cui lo spettatore lascerà la sala.
La tensione emotiva cui sono sottoposti i carcerati è immediatamente visibile già dai primi fotogrammi, e Monzón sceglie di accentuare questo concetto dando direttamente voce ai singoli personaggi. Juan si trova coinvolto senza poter fare nulla nei tribali riti di accettazione e nelle brutali dimostrazioni di forza tra gli uomini reclusi. Mentre tutto il mondo fuori ignora ciò che sta accadendo, all'interno delle mura la situazione precipita. La repressione a opera di alcuni secondini, per fortuna non tutti, ha comunque generato una situazione talmente esplosiva da rendere impossibile governare la rivolta. I negoziati e le piccole vendette finiranno per complicare irreversibilmente la vicenda e alla fine nessuno avrà ottenuto nulla di quel che sperava e per cui aveva messo in gioco la propria vita. Persino il capo, Malamadre non riuscirà davvero a tenere il timone fino alla fine, le forze in gioco sono troppe e troppe sono le variabili, e l'imprevedibile è sempre in agguato. In questo caso si tratta di immagini rubate da un telefonino. Immagini impietose di un funzionario che esagera nel compimento del suo dovere. Ma basteranno a rendere sfocate le idee e impulsive le reazioni. Basteranno a condannare una persona comune all'inferno dei criminali.

Monzón usa la cinepresa come un bisturi e con quella entra all'interno del carcere e del cuore dei suoi personaggi. Nulla sfugge al suo occhio e lo spettatore avrà modo di guardare bene dentro l'abisso che solitamente crediamo abiti soltanto l'animo dei criminali. Ma la verità è che la medaglia ha sempre due facce e le persone tendono a dimenticare che quello che si sceglie di rimuovere non solo non cessa la propria esistenza, ma spesso accresce la sua forza.
La regia pulita e senza grosse sottolineature accompagna lo sperduto Juan insieme con lo spettatore nell'inferno di chi non ha davvero nulla da perdere. E la recitazione dapprima misurata e poi, a mano a mano, più enfatica del bravissimo Alberto Ammann illustra senza bisogno di eccessi quello che può capitare a chi perde la speranza. Mentre la fotografia impietosa e le immagini via via più crude non lasciano nessuna illusione sul destino che aspetta chi ha perso ogni riferimento e per questo non potrà mai più tornare indietro.

Voto: 7

Anna Maria Pelella