Byzantium

17/09/2013

di Neil Jordan
con: Saoirse Ronan, Gemma Arterton, Sam Riley, Caleb Landry Jones, Daniel Mays, Maria Doyle Kennedy, Tom Hollander, Warren Brown, Johnny Lee Miller

“La perla rimane pura, mentre l’ostrica le si decompone attorno”

In una Hastings autunnale, Clara si prostituisce per mantenere sé e sua figlia Eleanor. Una sera si reca da lei un cliente, Noel, a cui la madre ha lasciato in eredità un albergo fatiscente: il “Byzantium”. Clara coglie l’occasione per sedurre Noel e trasformare l’albergo in un bordello, reclutando ragazze sulla strada. Il problema è che Clara ed Eleanor sono due vampire, vecchie di 200 anni, braccate dai loro simili della Fratellanza, una confraternita esclusivamente maschile che vede la loro esistenza come un’aberrazione.
Dopo l’inflazione cinematografica e pseudoletteraria degli ultimi anni, sembra arduo confrontarsi con il mito del vampiro proponendo qualcosa che non risulti biecamente derivativo. Finora l’impresa era riuscita solo a Tomas Alfredson con il superlativo “Lasciami entrare” (2008), pedantemente rifatto da Matt Reeves, mentre il resto del panorama lasciava molto a desiderare. Persino il più pubblicizzato tra gli ultimi arrivati, “Kiss of the Damned” (2012) della modaiola Xan Cassavetes, girava a vuoto rimasticando stereotipi da exploitation anni ’70; e se si intendevano evitare i riciclaggi o gli straight-to-video era assai più consigliabile orientarsi verso una serie televisiva come “True Blood”.
In attesa dell’ultimo Jim Jarmush di “Only Lovers Left Alive”, dove peraltro si annunciano vampiri molto “cool”, intellettuali e ovviamente “metaforici”, è dunque assai gradito il ritorno di Neil Jordan a tematiche già frequentate nel 1994 con “Intervista col vampiro”, felicissimo adattamento dall’omonimo romanzo di Anne Rice. E’ pur vero che non si può certo dire che le ultime fatiche di Jordan, tra cui spicca il riuscito “Ondine” (2009) con Colin Farrell, abbiano riscosso l’interesse del pubblico o il plauso della critica come nell’epoca d’oro di “In compagnia dei lupi” (1984), “Mona Lisa” (1986) o “La moglie del soldato” (1992); le aspettative erano di conseguenza limitate, trattandosi oltretutto dell’adattamento da un testo teatrale, “A Vampire Story” di Moira Buffini, già sceneggiatrice dell’ultima versione di “Jane Eyre”.
E invece “Byzantium” non merita gli strali della critica anglosassone, ed è un ulteriore, importante tassello dell’universo gotico e favolistico del regista e scrittore irlandese, impreziosito da puntuali allusioni letterarie e figurative. Ma, più che un film di vampiri, “Byzantium” è una metafora sul potere della narrazione, sulla forza della scrittura e delle storie come chiave maestra per comprendere noi stessi e il mondo che ci circonda. Narrando la propria vicenda, prima in fogli sparsi affidati al vento, poi in un quaderno vero e proprio, Eleanor Webb consolida la propria identità, raggiungendo la piena consapevolezza di sé. Sempre mediante il racconto, Eleanor giungerà al superamento del rapporto esclusivo che la lega a Clara, realizzando la propria autonomia.
Capovolgendo il noto assioma di Wittgenstein, la protagonista racconta proprio ciò di cui “si deve tacere”, anche se questo rischia di mettere a repentaglio la sua stessa vita. E poco importa che la sua storia, com’è giusto trattandosi degli albori del XIX secolo, sia abusato materiale da feuilleton con tanto di ufficiali della Royal Navy che avviano fanciulle innocenti alla prostituzione, lugubri orfanotrofi alla Charlotte Brönte o tubercolotiche alla Dumas figlio. I flashbacks, con il loro armamentario da melodramma, sono un’elaborata e barocca cornice allo sgomento della contemporaneità, un panorama composto di desolati luna-park sulla spiaggia, teorie di barche tirate in secco, sottopassaggi e ospedali, dove si pratica l’eutanasia a malati terminali consenzienti, squarciando loro l’arteria con l’unghia del pollice; un fregio istoriato di richiami figurativi (“L’isola dei morti” di Arnold Böcklin) e di circostanziati riferimenti letterari. Augustus Darvell è infatti il protagonista di un racconto abbozzato da Byron, su cui si basò Polidori per elaborare la prima compiuta materializzazione narrativa del succhiasangue, il Lord Ruthven de “Il Vampiro”, anch’egli presente nella pellicola,. Detto questo, i vampiri di “Byzantium” si discostano significativamente dalla tradizione: non temono la luce solare, non sfoggiano canini più o meno retrattili né possono generare altri vampiri nutrendoli con loro sangue. Jordan e la Ruffini sembrano invece essersi ispirati ai “neamh-mairbh”, i non morti del folklore irlandese.
La sceneggiatura adotta un punto di vista tutto al femminile, stigmatizzando l’ottusa misoginia di stampo patriarcale dei membri della Fratellanza, una consorteria unicamente maschile, la quale proibisce alle donne di creare di altri vampiri. La tematica è stimolante ma ben poco approfondita, anche se trova un controcanto impeccabile nella sequenza vista da Eleanor in televisione, quella dell’impalamento di Helen, troppo simile a uno stupro di gruppo, ad opera di padre Sandor e dei monaci di Kleinberg da “Dracula, principe delle tenebre” (1966) di Terence Fisher.
Neil Jordan si affida a languidi carrelli e a movimenti di macchina che hanno la preziosità estenuata di un arabesco fine secolo, col soverchiante accompagnamento musicale di brani di Beethoven, Chopin e Debussy. Eppure, nonostante le pagane cascate di sangue dal sapore simbolista e le voluttuose decapitazioni, l’estetismo non diventa mai calligrafia. Ineccepibili Saoirse Ronan, il cui malinconico fulgore preraffaellita illumina il film, e l’energica e sensuale Gemma Arterton nel ruolo di Clare. Le loro controparti maschili, dal Darvell di Sam Riley al leucemico Frank di Caleb Landry Jones, risultano invece scialbe e sbiadite, coerentemente con gli assunti della sceneggiatura. “Byzantium” non sarà “il figlio generato dall’incontro tra Poe e Mary Shelley”, come dichiarato da uno dei personaggi del film, e difetta di mordente, ma segna se non altro un ritorno alle fasi più felici della carriera di Neil Jordan.

Voto: 6,5

Nicola Picchi