Blood: the last Vampire

09/11/2009

di Chris Nahon
con: Jeon Ji-hyun, Allison Miller, Liam Cunningham, Koyuki, Yasuaki Kurata, Larry Lamb

1970: Base Militare di Yokota, in Giappone. Saya, apparentemente una scolaretta sedicenne, è una creatura di 400 anni, metà umana e metà vampira, che uccide i vampiri per conto di un’organizzazione chiamata “The Council”. Il suo scopo è uccidere Onigen, l’antichissima vampira che ha dato vita alla stirpe, vendicando l’assassinio del suo maestro. La Base è infestata di vampiri, e Saya diventa amica di Alice, figlia del generale McKee, salvandola da un’aggressione ai suoi danni.
In principio fu l’anime “Blood: The Last Vampire” di Hiroyuki Kitakubo, cui fece seguito un manga ideato da Mamoru Oshii e scritto da Benkyo Tamaoki (Blood: The Last Vampire 2000), che sviluppava la storia accennata nel lungometraggio. L’invasione proseguì con una trilogia di romanzi, un videogioco per Playstation e una serie animata per la tv (Blood +).
Con fisiologico ritardo, arriva sugli schermi il live-action tratto dall’anime originale, che inizialmente doveva essere diretto dal veterano Ronnie Yu. Purtroppo, per vicissitudini produttive, il film è diventato una coproduzione franco-hongkonghese, Yu è stato estromesso dal progetto e la regia è stata affidata al francese Chris Nahon (Kiss of the Dragon).
Come sempre accade quando i francesi si accostano ad un tipo di cinema che evidentemente comprendono solo in maniera superficiale, il risultato non è all’altezza delle aspettative. Non basta essere cresciuti a pane e film di Hong Kong, né clonare in maniera irritante alcune sequenze topiche, per raggiungere la meta. Come già dimostrato dal “Crying Freeman” di Gans, questa sorta di appropriazione neocolonialista ad uso e consumo delle platee globalizzate, conduce verso l’appiattimento culturale e l’encefalogramma piatto. E “Blood: The Last Vampire” è esattamente questo, un film-fotocopia che dona nuove ed eccitanti sfumature alla parola “inutilità”, un pastone insapore che frulla assieme Ching Siu-tong, King Hu e l’ultimo Zhang Ymou, assicurandosi con pervicacia di peggiorare i modelli di riferimento.
I guai cominciano in fase di sceneggiatura, quando Chris Chow decide di affiancare alla protagonista, Saya, la molesta figura di Alice (una petulante Allison Miller), figlia del generale McKee, comandante della base militare. S’immagina che la scelta sia stata fatta per simulare una produzione hollywoodiana e per confortare lo spettatore occidentale, che, a dire il vero, dovrebbe già essere abbastanza turbato dal vedere un’attrice coreana (la brava Jeon Ji-Hyun) simulare la nazionalità nipponica. Per giustificare l’inserimento del personaggio, si procede di banalità in banalità, inanellando dialoghi che fanno accapponare la pelle, in vista dello scontro tra Saya e Onigen, con un’agnizione finale che l’accorto spettatore avrà già presagito.
Ma i guai non sono certo terminati, anzi proseguono in quello che dovrebbe essere il fulcro del film, ovvero le scene d’azione. Nahon si apparecchia due scene promettenti, almeno sulla carta: il combattimento tra Saya, armata di katana d’ordinanza, e una legione di vampiri per i vicoli e i tetti della cittadina, e il “classico” scontro nella foresta. Scene macellate (soprattutto la prima) dall’infausto montaggio di Marco Cave, che ricorre al solito trucchetto del montatore inconpetente: tagli velocissimi ai limiti con l’incomprensibilità, che ottengono il solo risultato di frammentare l’azione e di impasticciare il tutto. L’inconsulta decisione deturpa irreparabilmente la fluidità delle coreografie dell’ottimo Corey Yuen e, tra un taglio e l’altro, s’intuiscono anche veri e propri errori, tanto che il film è stato rimontato per l’uscita hongkonghese. Con lo scontro nella foresta, in cui Kato, maestro e mentore di Saya (un convincente Yasuaki Kurata), affronta un gruppo di ninja non-morti, si seguono pedantemente i canoni del genere. Il risultato è sopportabile, ma niente che esuli dallo stoltamente  riepilogativo.
Le disgrazie di questa specie di “Hong Kong for Dummies” terminano con gli effetti CGI curati dalla Menfond Digital, talmente raffazzonati e goffi da sembrare in stop-motion, e non stiamo parlando di quello di Ray Harryhausen. Il design dei vampiri (chirotteri, in originale) quando decidono di abbandonare le sembianze umane ricorda, infinitamente peggiorato, quello della saga di Underworld, film che deve essere stato di grande ispirazione per Nahon, il quale ha ripreso pari pari un’intera sequenza (l’attacco al camion) da “Underworld: Evolution”. Inutili effetti slow motion post-Matrix e fiotti di sangue digitale sono la ciliegina sulla torta del dèjà-vu.
Jeon Ji-hyun (My Sassy Girl, Windstruck) in “seifuku” (l’uniforme da scolaretta)  farà la gioia dei feticisti di tutto il mondo, senza contare che l’attrice riesce a sopravvivere dignitosamente all’idiozia generale, mentre il David (capo dei Men in Black di “The Council”) di Liam Cunningham sembra la controfigura di Jean Reno. Un’occasione sprecata, e un buon motivo per rivedersi l’anime originale.

Voto: 5

Nicola Picchi