Harry Brown

10/12/2009

di Daniel Barber
con: Michael Caine, Emily Mortimer, Charlie Creed-Miles, Ben Drew, Liam Cunningham, Iain Glen, David Bradley


Harry Brown è un ex Royal Marine, ormai in pensione. Abita in uno squallido appartamentino dell’East End londinese, e trascorre le sue giornate tra una visita in ospedale alla moglie ammalata e una puntata al pub, dove gioca a scacchi con l’amico Leonard. Quando la moglie muore e Leonard viene aggredito e ucciso da una banda del quartiere, Harry decide di vendicarlo.
Sospeso tra “Il Giustiziere della Notte” e “Gran Torino”, “Harry Brown” fatica a ritagliarsi uno spazio autonomo e la storia del pensionato che decide di farsi giustizia da solo e di reagire all’inarrestabile degrado del suo quartiere, in cui spadroneggiano impunemente bande di giovani spacciatori, corre il rischio di ridursi ad un’infilata di cliché. De “Il Giustiziere della Notte” gli mancano la propensione exploitation e il desiderio di morte (“Death Wish”, appunto) del vigilante Paul Kersey. Del capolavoro di Clint Eastwood, distante anni luce, l’ironia e l’afflato umanistico. Se all’inizio la secca descrizione d’ambiente, improntata ad un sobrio realismo, e le tipologie dei personaggi ricordano un certo tipo di cinema inglese attento al sociale e dotato di uno sguardo quasi antropologico, in seguito il film si adagia sui binari tracciati dal prototipo, di cui condivide la logica giustizialista e il richiamo agli archetipi del Western. Da Ken Loach e Shane Meadows a Michael Winner, insomma, il passo è breve.
I luoghi comuni s’impongono come verità acclarate, e non c’è spazio per il dubbio o per soluzioni drammaturgiche che esulino dalla vulgata. La polizia è ovviamente impotente a risolvere il caso, oltre che in seria difficoltà davanti alle sommosse urbane, mentre i cattivi sono veramente tali, talmente cattivi che non solo si dedicano con letizia ad atti contronatura ed assumono tutte le droghe a disposizione, ma documentano gioiosamente le loro efferatezze riprendendole con il cellulare. E via stereotipando, verrebbe da dire, se non fosse che l’asciutta regia dell’esordiente Daniel Barber, già candidato all’Oscar 2008 per il cortometraggio “The Tonto Woman”, è migliore della sceneggiatura di Gary Young nel delineare le imprese del geriatrico giustiziere. Barber impone al film un ritmo lento ma inesorabile, in cui anche la violenza è disseccata, ridotta ai minimi termini e di certo non spettacolarizzata. Niente a che vedere, tanto per ricordare le più recenti variazioni sul tema, con il survoltato “Death Sentence” di James Wan, in cui un invasato Kevin Bacon sterminava criminali per vendicare la morte del figlio, o con la giustizia preventiva alla Bush & Cheney dell’ambiguo “Il Buio nell’Anima” di Neil Jordan.
L’atmosfera è cupa e disperata, parzialmente mitigata da un relativo lieto fine, e la desolazione urbana, vividamente fotografata da Martin Ruhe (Control), del tutto avvilente. Barber è molto abile nel dare credibilità ai suoi personaggi ma anche nel costruire la suspense, come nella scena in cui Harry acquista delle armi da due tossicodipendenti: una sequenza lenta ma impeccabilmente costruita, in cui la tensione cresce progressivamente prima di esplodere in un poco catartico bagno di sangue, che  mostra una grande padronanza del mezzo cinematografico ed altrettanta sottigliezza. Ma la crociata di “Harry Brown” non avrebbe ragione di esistere senza l’intensa interpretazione di Michael Caine, capace di passare dall’angoscia alla brutalità e dalla fragilità ad una sorda determinazione in una frazione di secondo. Non che l’eccellenza di Caine sia una novità, ma qui l’attore sembra ritrovare, appena opacizzata dal trascorrere del tempo, la disincantata ferocia dell’immortale “Get Carter” (1971) di Mike Hodges, dando allo stesso tempo allo spettatore un’ottima ragione per vedere il film.

Voto: 6

Nicola Picchi