Il film sul niente: Sorrentino narratore moderno

20/10/2013

di
con:

 

Paolo Sorrentino ha avuto il merito di realizzare un film su «La grande bellezza» in un momento storico dove l’altra faccia della medaglia, il vuoto storpio e deturpante, sembra prevalere . L’uscita in DVD prevista per il 23 ottobre e la possibile corsa del film agli Oscar fornisce una nuova occasione per parlarne.
Al centro dell’attenzione soprattutto per i continui accostamenti al capolavoro felliniano «La dolce vita», il film descrive la Roma dei nostri giorni, simulacro di una bellezza imponente ma impotente, deturpata da una mondanità vuota e per questo pericolosa. Il protagonista che ci accompagna alla scoperta delle «anime brave» romane è Gep Gambardella, scrittore disilluso che a ventisei anni arriva nella capitale per cercare la «sensibilità», «la grande bellezza» che tuttavia ha saputo ispirargli un solo ed unico romanzo di successo. Dopodiché il vuoto, la spirale del non-senso dei festini romani, della sregolatezza e delle droghe che lo accompagna fino al raggiungimento del sessantacinquesimo anno di età. La Roma monumentale pura e incontaminata dell’alba si scontra con l’inferno notturno delle sue feste. La luce di un passato maestoso ha ormai ceduto il posto al buio del presente. Allo stesso modo, nello squallore della sua vita attuale, solo un ricordo consente a Gep di ritrovarsi: il mare che immagina agitarsi sul soffitto della sua stanza è la «madeleine» che lo riporta al primo amore, alla genuina e autentica bellezza dei suoi diciott’anni. È il solo ricordo che potrà nuovamente incoraggiarlo alla scrittura. Molti i binomi che aiutano a delineare il senso del film. Il contrasto tra autenticità e finzione, tra apparenza e verità, tra maschere e volti, tra passato e presente è attraversato da una riflessione costante ma mai invadente sulla spiritualità. Le monache bianche che talvolta si agitano sullo schermo concedendo al protagonista  pochi attimi di candore si scontrano con le figure negative di una chiesa corrotta e avida. La santa che non può raccontare la povertà per aver scelto di viverla è un monito severo al chiacchiericcio mondano e inconcludente che non lascia escluse nemmeno le più alte cariche del clero. Attraversando la galleria di personaggi proposta da Sorrentino l’antitesi tra negativo e positivo emerge spontanea senza forzate sollecitazioni.
Ma tra gli innumerevoli messaggi veicolati dal film quello decisivo va forse ricercato nell’accostamento rapido ma significativo alla figura dello scrittore Flaubert. Quest’ultimo – ricorda Gep Gambardella– voleva scrivere un romanzo sul niente senza tuttavia riuscire nell’impresa. Quali speranze può dunque nutrire lui, protagonista di una vita dissoluta e inaridita?
Nell’ottobre 1864 Flaubert scrive in una lettera a Mlle de Chantepie: «Voglio fare la storia morale degli uomini della mia generazione; ‘sentimentale’ rende meglio l’idea. Si tratta di un libro d’amore, di passione, ma di passione così come può esistere oggi, vale a dire inattiva». Dunque l’inattività e la passività a contraddistinguere tanto la vita di Frédéric Moreau, ventenne che nel 1848 assiste inerme agli sconvolgimenti dell’epoca, che quella di Gep Gambardella. Entrambi romanzi di formazione sebbene per la seconda volta Sorrentino decida di saggiare le potenzialità del genere “narrativo-cinematografico” su di un protagonista tutt’altro che giovane, come già era avvenuto per lo Cheyenne di «This must be the place».
In un’altra lettera a Louise Colet risalente al 1852 Flaubert confessa: «vorrei scrivere un libro su niente, un libro senza appigli esteriori, che si tenesse su da solo per la forza intrinseca dello stile, come la terra si regge in aria senza bisogno di sostegno».
Il niente dunque. Inteso non solo come contenuto ma anche come stile. A Flaubert non interessa ciò che avviene, ma il dettaglio apparentemente insignificante che contribuisce a dare forma all’insieme, a rendere l’idea di un tempo inconcludente che scorre come tanti frammenti giustapposti in serie, volti che si agitano senza definire una trama e si sa quanto poco interessi quest’ultima allo stesso Sorrentino concentrato più che altro a scolpire a tutto tondo la sfera soggettiva del protagonista; è lui, nella sua intima complessità, a fare da specchio a quanto gli sta intorno, l’intricato groviglio delle sue emozioni è sufficiente a descrivere Roma nel degrado. La cura del dettaglio non è dunque tecnicismo fine a se stesso, ma tassello significativo che va a comporre la spirale del non-senso.
 Il riso sarcastico di Gep non manca di smontare il preteso spirito artistico di alternativi in cerca di vibrazioni, il suo sofferto cinismo è pronto a smascherare il perbenismo e il presunto impegno politico di amici snob che improvvisano discorsi sul marxismo; non c’è sostanza ma solo il «bla bla» che tenta di celare la mediocrità dell’uomo miserabile. È il coraggio di Sorrentino di dire la verità sui nostri tempi. Si è persa ogni sostanza. Gli intellettuali dell’elite notturna danzano sulle note di balli di gruppo, la Chiesa parla di ricette di cucina e la bellezza perduta si tenta di recuperarla nel botulino. Ebbene Sorrentino traspone nel cinema quanto già assodato dal romanzo moderno: in esso, come spiegava Lukács, il protagonista non è più l’eroe epico che agisce in nome di una collettività o di una divinità e che per questo percorre una strada predefinita, unidirezionale, che dia senso alla sua impresa. In esso «la realtà si disintegra in frammenti completamente eterogenei tra loro. Tali frammenti vivono in grazia dell’immediatezza di uno stato d’animo, ma il tutto s’incaricherà poi di smascherare questo stesso stato d’animo nella sua inconsistenza riflessiva […] si tratta dello sgretolarsi di ogni certezza circa i presupposti umani dei valori, la scoperta della loro sostanziale inconsistenza; l’affliggersi impotente per le sorti di un mondo in sé privo di essenza, lo sbiadito, monotono luccicare di una superficie in via di decomposizione». In altri termini Lukács aveva compreso che l’eroe moderno smarrisce la strada indirizzata alla ricerca di un senso immanente. Nessuna strada davanti a lui, ma soltanto un grande abisso dentro di lui («i nostri trenini – ironizza sarcasticamente Gep – non vanno da nessuna parte»). All’eroe moderno resta soltanto la lotta contro il potere inesorabile del tempo che, in un «mondo abbandonato da Dio», non è più la cornice significante delle azioni umane bensì una realtà minacciosa e inarrestabile. Eppure «due intensità temporali», come le definisce Lukács parlando de «L’educazione sentimentale», consentono all’essenza di superare il tempo e di ritrovare se stessa: la speranza e il ricordo. Ebbene non è un caso che Gep Gambardella torni a dare senso al tempo grazie a un ricordo di gioventù che resuscita in lui il sentimento della grande bellezza. A quest’ultima punta lo stesso Flaubert, consapevole che nel mare magnum di un’esistenza errabonda, inerte e priva di approdo, è comunque concepibile una bellezza superiore che lasci intravedere il collante che tiene unito il tutto.
Una sequenza del film che non può passare inosservata vede Gep interloquire con una voce fuori campo, quella di una bambina nascosta, che gli dice: «tu non sei nessuno». È la dolorosa scoperta dell’eroe di ieri e di oggi. Il niente e il nessuno che non giustificano però la rassegnazione, l’abbrutimento. Ed è questa l’altra intensità temporale che il narratore Sorrentino ci lascia: la speranza che quel titolo, «La grande bellezza», non sia un’antifrasi, ma un concreto sprazzo di luce che illumini quanto c’è ancora da salvare nonostante il «monotono luccicare di una superficie in via di decomposizione».

Voto: 8

Roberta Cordisco