
“La Natura è la chiesa di Satana. E quello è il suo respiro.”
Uno psicoterapeuta e un’aspirante scrittrice, difficile trovare due figure più inconciliabili, e solo un esperto maestro poteva raccontare senza mezzi termini la loro terribile storia. Lars Von Trier, fra i pensatori più cinici dell’era moderna, torna sul grande schermo, e lo fa senza scendere minimamente a compromessi con l’attuale clima di ateeggianti speranze. Inutile negarlo, “Antichrist” è forse il suo film più crudo e difficile da sopportare, visivamente parlando, ma il regista danese non è famoso per la correttezza politica e non risparmia allo spettatore neppure un solo istante di angoscia. Storia di una coppia che non doveva esistere, di un figlio che muore durante una parentesi di piacere, dunque storia di una caduta negli inferi del senso di colpa e del vano tentativo di trovare la resurrezione. E’, in senso lato, l’analisi di due visioni del mondo antitetiche, ma anche la spietata rappresentazione della forza più neutrale che possa esistere: la Natura, con il suo odioso ciclo di morti e agonie sopportate in assoluta indifferenza. E’ il terapeuta a mostrare la presunta “pars construens” della vicenda, proponendosi alla moglie con spirito reattivo e professionale. La sua disamina della realtà è gelida, calcolata, punta ad ottenere risultati tangibili nell’ottica di una guarigione, ovvero l’esatto opposto della sensibilità dell’artista, spirito anti-costruttivo per antonomasia e, spesso, votato al caos. Ed è proprio il Caos il grande protagonista della narrazione, e non stupisce affatto l’assenza di Dio o del suo antagonista, chiamati in causa solo dal titolo. Il film di Von Trier, prima di tutto, è un fermo rifiuto alla visione gioiosa di un panteismo para-religioso oggi tanto in voga, la presa di coscienza che il Male, così come lo identifica l’uomo, è proprio ciò che l’uomo tenta da millenni di negare: l’incontrollabilità degli eventi, l’anarchia, il puro e semplice caso. Ecco il vero Anticristo. Se la moglie antepone i sensi alla ragione, cercando di rivivere la propria sfera sessuale priva della drammaticità della perdita, il marito persegue ciecamente il suo obiettivo, concedendosi solo quando si renda necessario e senza troppa convinzione. Per lui a stimolo corrisponde una precisa risposta, teoria vecchia, utile solo in laboratorio. E le due menti che si immergono nell’atroce spettacolo della Natura non possono che entrare in aperto conflitto. La guerra inizia presto, e va in crescendo, mentre immagini orribili e scabre infestano i pensieri dei protagonisti. Morte, indifferenza, dolore, ecco il luogo dove avviene lo scontro: un teatro macabro di carcasse putride e creature che implorano aiuto, senza che nessun ordine cosmico giunga a riscattarle. “Il Caos regna”, dice uno degli incubi del terapeuta, che si accanisce sull’artista con la flebile forza della sua razionalità. La reazione della donna è animalesca. Dopo una terrificante notte di torture, l’uomo comprende di poter sopravvivere solo uccidendo la moglie, un atto estremo, ma non disperato. Lo fa come fa ogni cosa: con la gelida presunzione di riportare un senso alla disarmonia, ma è una vittoria di Pirro, perché fuori, nel bosco, lo attende una noncuranza che neppure lui può sopportare. Film per stomaci forti e menti allenate a pensieri estremi, gli eccessi sono inevitabili e comunque attinenti alla filosofia di Von Trier. Si sconsiglia caldamente la visione a chiunque scorga nel mondo un disegno bellissimo di gioia e amore.
Voto: 9
Carlo Baroni

Un bambino cade dalla finestra mentre i suoi genitori sono impegnati in un amplesso. Successivamente i due si trasferiscono in una casa nel bosco per elaborare il lutto. E là si impegnano in una schermaglia per lo smaltimento della colpa e l'assunzione di responsabilità circa l'evento.
" Tu mi volevi uccidere?"
"non ancora"
Difficile definire un'opera tanto personale. La si potrebbe pensare come una partitura musicale, con un prologo, tre giornate e un epilogo.
Una sorta di Crepuscolo degli Dei, solo che qui gli dei non ci sono dall'inizio.
I protagonisti, da soli in scena dall'inizio alla fine, partono già dannati. Annientati da una disattenzione provocata da un amplesso. Uno di quelli che diventa famoso solo se il film viene proiettato ai festival, dove solitamente la critica cinematografica si incrocia con oziosi commenti da pollaio.
Curiosamente questa, che vorrebbe essere la parte più rarefatta, appare invece la più pretenziosa e affettata. Fortunatamente il seguito ne risulta esaltato. Non fosse altro che per l'assenza di una colonna sonora pomposa, quanto inutilmente invasiva.
Le successive giornate vedono lo sfilacciamento progressivo della mente degli sfortunati protagonisti, insieme a quello estetico dell'opera. La quale però acquisisce spessore e contenuto nella misura in cui si abbandonano i canoni estetici iniziali.
La dinamica è quella dell'espressione più cruda del dualismo.
Lei, una sensazionale Charlotte Gainsbourg intensa e viscerale come richiede la parte, si prende il peso della colpa e la responsabilità della morte. Lui, un grandissimo Willem Dafoe inquietante e misurato come mai prima, si assume il compito di evitare il deragliamento, in un'inutile quanto pretenziosa psicoterapia.
I terapeuti, si sa non dovrebbero curare i propri affetti, e in questo caso lui affida i suoi, di affetti, alla sperduta moglie, complice e causa dell'onnipotenza di lui. Il tempo passa e la psicosi è dietro l'angolo. Non passa neanche un giorno che già gli animali parlano. Come in un brutto cartone animato. O come nei deliri degli psicotici di ogni latitudine.
E da qui all'automutilazione, o all'espressione dell'ostilità verso il terapeuta il passo è breve.
Il dualismo prende possesso dei corpi.
E se all'inizio avevamo corpi avvinti, e corpi distrutti dalla caduta nel vuoto esistenziale, poi avremo corpi trafitti e corpi mutilati. Nel perfetto stile dello psicotico ancorato all'assenza di un riferimento o di un demiurgo.
Antichrist è l'assenza di ordine in un mondo in cui Dio non c'è. E' tutto quello che resta quando andiamo a dormire e molliamo finalmente il desiderio del controllo. Anche perchè l'opposto dell'ordine è il caos, dove le donne impazziscono e non sono più mamme. Il caos è un luogo selvaggio, dove gli uomini di buona volontà vengono messi di fronte a una scelta.
Mentre tutto intorno il tentativo di mantenere il controllo fa acqua, al punto da creare sanguinamenti inaspettati, proprio là dove dovrebbe esserci il contatto, e al suo posto solo sangue e dolore, lui non perde il controllo fino alla fine, ma poi perderà la ragione, come ogni buon terapeuta che ne ha assorbite troppe.
E qua conviene fermarsi. Dal momento che tutto quello che accade, da un certo momento in poi, è territorio assoluto dell'inconscio. E l'inconscio è un luogo umido e scivoloso, dove non sempre gli uomini fanno quello che dovrebbero. E se la psicoterapia finisce male, alla fine non è certo una colpa, semmai è la sola possibilità che rimane se davvero cerchiamo le cause dell'angoscia esistenziale che affigge le persone da sempre e in ogni luogo.
Voto: 6
Anna Maria Pelella