Vital

01/04/2010

di Shinya Tsukamoto
con: Tadanobu Asano, Nami Tsukamoto, Kiki, Kazuyoshi Kushida, Lily, Hana Kino, Go Riju, Jun Kunimura, Ittoku Kishibe

Fino a che punto un'amnesia ci può proteggere da ricordi dolorosi? E' lecito da parte di un medico tentare di indurre il recupero del passato per avviare una guarigione, anche se tutto questo non è stato mai richiesto dal paziente? I ricordi possono tenere in vita una persona morta?
Questi sono soltanto alcuni degli interrogativi posti durante tutta la prima parte di quello che finisce per essere un'immensa riflessione circa il potere della mente e il desiderio dell'uomo di trascenderlo.
E nella rappresentazione di tali interrogativi Tsukamoto è un genio, diciamolo senza mezzi termini. Chi altrimenti potrebbe sezionare l’animo umano con una tale chirurgica precisione senza scivolare nel morboso o, peggio nel melodramma?
La riflessione si svolge lenta e intimamente connessa ai probabili tempi di guarigione di un cuore afflitto e di una mente in fuga da quell'afflizione.
Hiroshi vive il dramma della memoria della perdita a partire da una forzata dimenticanza, mentre la sua fidanzata acquista una consistenza che le era estranea in vita, una vitalità che neanche un personaggio di Poe, di quelli che tornano dall'Oltre potrebbe avere.
Lo spazio recuperato a partire dapprima dalla negazione del ricordo e poi dal recupero della proiezione dell’immagine dell'amata è un posto archetipico, un luogo del sogno.
Non a caso situato ai margini del grande mare dell’inconscio.
Hiroshi vive ogni giorno il ritrovamento dell’amata ed il suo abbandono, lei per contro non sembra consapevole della sua morte ma, paradossalmente, soltanto del fatto che è lui a tenere viva la sua esistenza attraverso il ricordo. E il contrasto tra l'aspetto diurno del dramma, che si svolge tutto nell'ospedale freddo e asettico, con quello onirico sulle spiagge di un mare che in realtà tutto avvolge e contiene, dal momento che si tratta dell'inconscio stesso, è tale da imporre una scelta, sia al protagonista che allo spettatore.
E trattandosi del lavoro di uno dei più geniali cineasti della sua generazione, sarà facile e oltretutto naturale prendere la strada che ci porterà più lontano dal quotidiano rassicurante di cui spesso ammantiamo le nostre angosce.

Dopo l’esplorazione voyeristica di A Snake of June Tsukamoto decide di regalarci il superamento del tabù ultimo, la violazione del corpo dopo la morte. Una violazione che curiosamente non solo non è scempio, ma bensì diviene omaggio al ricordo del corpo e dell’idea dell'amata. Pratica questa che è la celebrazione finale del rispetto per chi non è più, in una rappresentazione poetica e intensa come solo un giapponese potrebbe concepire.
Il rituale di accompagnamento dei corpi sezionati alla loro dimora ultima è poesia pura, impensabile in una società diversa da quella. Un rituale che rappresenta l’idea stessa di superamento del concetto di sepolcro in senso foscoliano.
Ed è con la cremazione di un corpo che in realtà era divenuto più vivo dopo la morte stessa, che Hiroshi opera il seppellimento definitivo di un aspetto della sua vita: quello del sogno di un'amore che trascende le barriere del tempo e si situa all'interno di un universo immutabile e come tale mai raggiungibile, se non attraverso la morte stessa.
In questo caso la morte assume le coordinate possibiliste che solitamente si attribuiscono ai sogni, con la differenza che nei sogni spesso si è consapevoli di sognare, mentre nel caso della morte è esclusa ogni possibilità di consapevolezza, dal momento che l'Io non è più. Hiroshi rappresenta tutta la resistenza di fronte all'ineluttabile che, solitamente emerge di fronte all'impotenza, di cui spesso facciamo esperienza. E le preferenze di Tsukamoto sono chiare in tal senso: meglio un sogno luminoso e senza tempo piuttosto che lo scandire di quel che ci rimane da vivere, subito dopo aver rinunciato ad esso.

Gli attori sono assolutamente strepitosi nella loro totale accettazione della convivenza col dramma della caducità. Tadanobu Asano, mai più così bello, è la sintesi dello smarrimento e dell’impotenza di fronte al dolore. La regia è pulita, a tratti luminosa ma assolutamente non invasiva del dramma stesso, le parti oniriche hanno una vitalità che manca alla realtà, quasi a sottolineare ancora una volta, caso mai ce ne fosse bisogno, le preferenze del regista in fatto di situazioni esistenziali. Tsukamoto stesso si ritaglia una parte marginale ma importantissima: quella di custode dei corpi e psicopompo che accompagna lo sperduto Hiroshi dall’amnesia dell’infanzia al dramma della perdita dell'età adulta.

Voto: 8,5

Anna Maria Pelella