La Spiaggia

28/10/2017

Si può essere monologanti ma intensi, coinvolgenti e soprattutto commoventi? Sì, è possibile, con autori-registi e interpreti all’altezza del compito. E lo sono, rispettivamente, Luca de Bei e Paola Minaccioni, che vanno in scena al Teatro La Cometa di Roma fino al 12 novembre con lo spettacolo "La Spiaggia". Sul piano orizzontale del palcoscenico, leggermente ribaltato in avanti, sono adagiati su di un sottile strato di sabbia sassi e conchiglie, mentre una sedia a sdraio sullo sfondo attende il suo bagnante, profugo d’occidente in fuga da città desolate e assetate di umanità sconsolatamente latente. Poi, entra Lei: un vestito semplice a tunica, legato con un fiocco rosso alla vita; una grande borsa da mare in vimini appesa a un legno della sdraio, e tanti sogni quanti  sono i castelli di sabbia costruiti in tempi più acerbi. E narra, narra la protagonista, in modo sempre più appassionante e coinvolgente, la sua storia personale partendo da frammenti di ricordi della bambina che fu, fino ai giorni nostri. Da un cielo compatto saturo di temporali, tra le coltri spesse di nubi minacciose si intravvede il Carro di Apollo che fugge lontano a illuminare terre remote.

Quei territori sconosciuti, per intenderci, dove si realizzano i rapporti idilliaci padre-figlia. Invece, nella realtà di genitori separati, la bambina monologante di cinque anni ha visto il padre andarsene di casa senza una parola, senza un motivo apparente, scomparendo per sette lunghi anni. Per poi ripresentarsi a un’adolescente stupita e addolorata, cresciuta nell’acredine dell’inspiegato abbandono, stabilendo alla maniera dell'autocrate, che decide e non spiega mai nulla delle sue decisioni, di passare con lei un solo giorno a settimana, la domenica, per fare sempre le stesse cose, gli stessi percorsi: la spiaggia nei periodi meno freddi; il cinema in quelli dov’era preferibile stare al coperto. Il tutto costantemente accompagnato da parole avare, convenzionali e mai confidenti e avvolgenti. Avere paura di parlare alla propria figlia, nel terrore di ricevere la domanda: “Perché? Perché papà te ne sei andato?”. E il tempo passa. L’adolescente cresce in fretta, si fa bella, si sposa, fa una figlia, mentre suo padre ha una nuova compagna da tenere nascosta.

Quando sono in spiaggia, le fughe, le assenze paterne consumano nel nulla affettivo il già scarso tempo dello stare assieme. Questo perché l’adulto, in fondo, è un eterno bambino che sogna le ali, ma si accontenta di un piccolo aereo monoelica per fare, ogni volta, un giro in un cielo sempre più basso e vedere dall’alto i rilievi di una costa che conosce oramai a memoria. Poi il divorzio, l’arrivo di un uomo migliore, dolce e attento; una madre che invecchia in solitudine; una nipotina che cresce innamorata del nonno. Poi, un quadro con tre donne sole: nonna, madre e figlia, che vanno a vivere assieme; un padre che si risposa in tarda età; una madre anziana che muore. Il circuito della vita che si snoda e annoda nelle dolci parole e nei gesti misurati e struggenti della narratrice. Poi, il finale, il grande falò della verità che uccide e purifica tutto il resto: false convinzioni e congetture infantili senza seguito ma con molte conseguenze. Infine, il rivoluzionario ribaltamento delle verità supposte e delle responsabilità reali, per una confessione di fin di vita. Troppo spesso la sofferenza di una separazione e di una lontananza, struggente per chi la subisce, sono soltanto il frutto avvelenato di uno spietato, assurdo atto di orgoglio.

Maurizio Bonanni