I Giovani "Sdraiati" dell'Archibugi

23/11/2017

"Sdraiati" sul lettino di Freud? L'omonimo film di Francesca Archibugi (che sarà nelle sale dal 23 novembre) ha come interpreti, tra fra gli altri, Claudio Bisio e un umanissimo Cochi Ponzoni nella parte del suocero. Il film descrive il quotidiano di un gruppo (maschile) di giovanissimi liceali, figli prediletti, viziati e del tutto irresponsabili della medio-alta borghesia milanese. Le inquadrature ricorrenti li vedono dopo la scuola sciamare per la città sulle loro biciclette, oppure sballarsi in festini con alcool e birra, o impilarsi come un mucchio selvaggio nella stanza da single di Tito, il giovane protagonista in  co-affido a un padre succube e permissivo (Bisio, nella parte del conduttore di un talk nazionalpopolare di grande successo il quale non parla da anni con l'ex moglie), che si sobbarca la fatica di un paio di colf per accogliere il figlio e i suoi amici, fare la spesa per sei e poi ripulire e riordinare le stanze lasciate allo stato brado dal branco. Il film   è ambientato negli ambienti choosy delle classi privilegiate milanesi, con case ultramoderne, ville a picco sul mare e vigneti da vendemmiare, che hanno in odio la severità di certi professori i quali intendono, nonostante tutto, fare il loro lavoro e premiare i più meritevoli.

La regista ci dice che "Gli Sdraiati è una storia tra tante, senza nessun fine politico-sociologico: Serra nel libro omonimo scrive di una lettera privata del padre e il film fa lo stesso, occupandosi di un figlio unico in una bolla a due ma rende più rapida la narrazione facendo emergere ciò che c’è di patologico". Tuttavia si fa rilevare che, pur se osservato da un'angolatura particolare, si tratta comunque dell'analisi di uno scontro intergenerazionale in cui è raffigurato anche in maniera spietata il nostro attuale, desolante mondo senza ideali e idealità, perfettamente condiviso dalle generazioni di padri e di figli. Perdenti e masochisti gli uni, che sanno solo fare concessioni in educazione e denaro; sadici e respingenti, teneri a volte gli altri che, però, non hanno il coraggio di uscire di casa e prendere in carico la loro vita, come fecero moltissimi che avevano venti anni nel 1968. Perché con ogni probabilità il loro destino è scontato: andranno all'università, magari o di preferenza all'estero e, una volta laureati, i genitori agiati provvederanno a sistemarli, assicurando loro un bel posto al sole!

I grandi protagonisti sono i cellulari, che compaiono in ogni momento topico: all'interno di momenti di intimità tra due giovanissimi, che fanno l’amore come adulti, ma che non si guardano negli occhi quando debbono dirsi le cose che sentimentalmente contano; dieci smartphone che suonano all’unisono all’uscita da scuola come un occhio virtuale a distanza per madri e padri ipervigilanti ed eternamente angosciati. Chiamate al cellulare, poi, che rimangono senza risposta per ore, mostrando un certo sadismo dei figli verso i genitori: una sorta di protesta senza interlocuzione, certamente punitiva e che esaspera e amplifica il senso di abbandono, di colpa e di solitudine degli adulti. Ai quali non resta per incapacità e vigliaccheria che abbondare in aiuti economici e materiali ai figli, perché non sanno più spiegarsi né educarli al gusto della dialettica, che faccia capire come le immense libertà e il grande benessere di cui godiamo non sono un fatto scontato, bensì il portato di millenni di battaglie generazionali tra potere-cittadini e padri-figli. Tuttavia, per la regista, "i cellulari non cambiano per tramite tecnologico le relazioni. Il film mette in scena la pratica quotidiana: quando non ci si vuole parlare si trova qualunque mezzo per non farlo. Invece, i due giovani protagonisti Tito e Alice parlano di cose molto intime giocando con il telefonino, come se stessero osservando qualcosa dalla finestra senza perciò rivolgersi lo sguardo. Eppure quella loro intimità non cambia di una virgola".

Ci si può chiedere quanto ciò che viene raccontato sia, in fondo, diseducativo. Non c'è granché rispetto dei figli verso i genitori: uomini divorziati che fanno sia da madre che da padre, ormai non più "normativo" quest'ultimo (colui, cioè che "detta" le regole nel solco della tradizione), malgrado che Bisio tenti disperatamente di recuperare la funzione, arrendendosi infine senza lottare alla maleducazione del figlio e dei suoi amici. Ma, per l'Archibugi, "sono le modalità delle quali si fa uso che rendono i padri più deboli e fragili, alla ricerca sempre di un'intimità che c'è già ma che loro non riescono più a vedere, mentre i figli non rispondono più né ai 'Sì', né ai 'No' ". Con accenti autobiografici, Bisio racconta del suo padre "normativo" anni 70: "né stronzo, né fascista che leggeva il giornale e fumava la pipa. Sulle decisioni importanti, però, mia madre mi diceva: 'chiedi a tuo padre'. E un sì o un no bastava. Anch'io mi ricordo di aver lottato alle superiori contro l'Autorità. Ma, oggi, non sono capace di dare risposte non motivate. Sbaglio ma non posso farne a meno. Mi impressiona quando accade, da un giorno all'altro, di non riuscire ad avere la stessa intimità con un figlio, a poterlo toccare. Allora, si danno baci a una distanza ormai siderale".

Per l'Archibugi, "sbagliano sia i figli che i padri e va in scena così un rapporto estremo. Del resto, i matrimoni felici al cinema sono di una noia mortale. Alice è  introversa a causa di sua madre che ha una parte oscura di sé da nasconderle. Personalmente, ho inteso sottrarre i dettagli dalla narrazione lasciando che poi le necessarie cuciture le faccia lo spettatore. Dal romanzo di Michele Serra ho tentato di prendere lo sguardo e un cuore".  Rispondendo alle varie domande, regia, sceneggiatori e attori contestano che il film sia.. "scritto dai vecchi", restando invece "un discorso aperto, in cui le cose che non si sanno e che non vengono spiegate o fornite costituiscono la parte più interessante della rappresentazione del conflitto padri-figli. Del resto, è ovvio che di nessun personaggio si sa quanto basta: la sceneggiatura assegna ad attori e regia una serie di domande senza risposte. Rosalba (la ex domestica, interpretata da Antonia Truppo, con cui il padre di Tito ha avuto una relazione extra coniugale quando era a servizio, ospite in casa sua) calcola i soldi, il perdono, il rancore e ci restituisce .uno sguardo femminile su un uomo di mezza età, in piena crisi esistenziale".

Pertanto, secondo i suoi protagonisti davanti e dietro la macchina da presa, intento del film non è di dare un’immagine generale, perché è chiaro che molte cose non siano condivisibili. Ma "Sdraiati" resta, secondo gli interessati, una visione degli adulti. Pertanto, la vera difficoltà è di tenere assieme i rispettivi punti di vista di padri e figli, senza dare spazio al giudizio di una generazione su di un’altra. Anche se, dal punto di vista di una corretta storicizzazione (la mia, in questo caso, essendo stato protagonista-spettatore dei primi vagiti del 68 a Valle Giulia, dove studiavo Architettura al primo anno di corso), si registra la drammatica, totale mancanza di una qualsiasi pur flebile dialettica intergenerazionale. Pochissima cultura a svantaggio dei più giovani, pervasi e interamente sommersi nelle pratiche dei social, e davvero troppa "mentalizzazione" per i più anziani colti. In un'incertezza educativa globale che porta questi ultimi all'inazione, ad arrendersi senza combattere. La Truppo fa notare che "Sdraiata" è anche "la cameriera Annalisa laureata in filosofia che fa la barista. Vive la sua esistenza e non è giudicabile, dandosi semplicemente un’altra possibilità di vita, e va a modo suo verso il futuro. Rosalba (il suo personaggio), invece, rappresenta il passato che torna con le sue ombre. Tante cose rimangono aperte: nella confessione fatta a Giorgio Selva (Bisio) lei è una sdraiata ribelle, che lotta contro la durezza di lui quando non ne accetta la figlia Alice. Rosalba, che si è messa contro se stessa ritrovandosi poi grazie alla maternità attraverso cui ha avuto la misura di ciò che poteva essere la sua vita. Qui i particolari rimandano all’universale, e si proietta sulla propria figlia ciò che si vorrebbe essere stati".

Maurizio Bonanni