Internet Haters

26/10/2017

Con il temine anglosassone Internet Haters (I.H.), gli esperti di comunicazione e la comunità scientifica internazionale definiscono persone che dietro un alias virtuale o reale, utilizzano le varie piattaforme internet per esprimere il loro odio verso altre persone, verso alcune specifiche categorie di soggetti, verso un’idea, verso un oggetto. In italiano si potrebbe tradurre con “quelli che odiano su internet”.
Quello che proveremo a fare con questo breve scritto è dare delle motivazioni sociali e culturali, che facciano comprendere perché queste persone esprimono il loro odio via internet, e al contempo, proveremo ad identificare alcune categorie di soggetti che possano dare delle spiegazioni, non esaustive, a questo fenomeno in forte crescita internautica.

Gli Internet Haters, di fatto, sono tutte quelle persone che usualmente utilizzano i social e le varie piattaforme internet, per “eruttare” il loro odio nei confronti di un’altra persone persona, nei confronti di un luogo, un film, un libro, uno spettacolo, un artista, un’idea, etc... I nickname che queste persone utilizzano, qualche volta sono reali, nel senso che utilizzano il loro vero nome, molto più spesso sono nomi inventati per non essere riconoscibili e rintracciabili.
Gli I.H. non sono persone che possono essere classificate all’interno di un’unica specifica categoria di soggetti. Recenti studi e ricerche sociologiche realizzate da diverse università, sia italiane che straniere, hanno portato alla conclusione che gli I.H. rappresentano tutti gli strati sociali, culturali, professionali, politici, religiosi, etnici, etc… Questo per dire che gli I.H. non si possono etichettare in un’unica categoria socio-culturale, né si possono classificare all’interno di una specifica patologia psichiatrica, qualora si volesse definirli clinicamente.

Altri esperti di comunicazione internautica e di psicologia sociale, definiscono gli Internet Haters come utenti web che esprimono odio e insulti ogni volta che non sono d’accordo con qualcosa o qualcuno. Attraverso le loro azioni web e i loro commenti postati nei vari portali social, cercano di diffondere opinioni negative e di attaccare violentemente una persona, un’idea, un oggetto. Gli I.H. possono anche vestire i panni dei cosiddetti “Tròll”: utenti internet che con le loro azioni web intervengono all’interno di determinate comunità virtuali in modo provocatorio, offensivo, insensato, senza argomenti credibili o convincenti, al solo scopo di delegittimare qualcuno o qualcosa, disturbare le normali comunicazioni e interazioni tra gli utenti di quella determinata piattaforma o gruppo di discussione virtuale, provando a creare scompiglio, confusione, delegittimazione, disorientamento.
Sia gli Internet Haters che i Tròll, vengono definiti come soggetti bigotti, razzisti, pusillanimi, con un livello culturale basso o bassissimo (anche se in possesso di diploma di laurea o di titoli di studio!), insicuri, con una struttura di personalità fragile e adolescenziale, con una scarsissima autostima, con una identità personale debole, che godono nel gettare veleno, delegittimazione e scompiglio sul popolo di Internet.

Un’altra variante degli Internet Haters è rappresentata da coloro che nei portali social segnalano anonimamente al gestore del portale (Facebook tra tutti) come spam o come post violenti, illegali o impropri, quei post che non condividono e verso i quali hanno totale dissenso. È un modo questo estremamente pusillanime di colpire indirettamente determinati post attraverso un’azione di segnalazione falsa, per fare in modo che il loro “utente-bersaglio” venga bloccato o limitato, nelle azioni di utilizzo della sua pagina web, dai gestori del portale (tra tutti, per esempio, Facebook).

Gli Internet Haters sono persone che odiano e aggrediscono proprio perché non hanno argomenti per contrastare dialetticamente e culturalmente l’oggetto che scatena in loro paura e timore. Non hanno argomenti e quindi odiano offendendo e cercando di distruggere virtualmente l’oggetto del loro odio. Questo aspetto comportamentale, che si manifesta con delle azioni virtuali (post, messaggi, tentativi di bloccare quello specifico profilo, etc…), in un certo qual modo, per gli I.H., rappresenta una sorta di regressione all’“uomo delle caverne”, ai trogloditi dell’età della pietra per intenderci, dove si presume che i contrasti e le diatribe tra membri della stessa tribù, venisse decisa a favore di chi urlava maggiormente e/o di chi faceva baccano in modo più fragoroso. Nell’età della pietra, sostengono alcuni esperti del settore, non contavano nulla le reali ragioni dell’uno o dell’altro, ma l’aveva vinta semplicemente chi urlava nella faccia dell’altro in modo più poderoso e assordante. Ecco, da questo punto di vista, l’I.H. è colui che inconsciamente ragiona proprio come un troglodita: «il mio odio nei tuoi confronti lo esprimo gridando virtualmente offese e calunnie, per dimostrare a tutto il popolo web che rispetto alla tua idea e alla tua persona, io ho “ragione” e tu “torto”!»

Quello che i recenti studi di questo fenomeno hanno rilevato è che tutti gli Internet Haters sono accomunati dallo scarso livello di tolleranza per tutto ciò che è diverso da loro, per tutto ciò che non conoscono, per tutto ciò che immaginano minaccioso nei loro confronti, nei confronti degli individui della loro stessa categoria sociale e culturale, e, per certi versi, per tutto ciò che immaginano minaccioso nei confronti della loro famiglia e dei loro cari. Questa è la motivazione principale che fa scaturire in questo soggetti l’odio che li porta ad utilizzare internet per cercare di distruggere virtualmente quanto risulta loro una potenziale e pericolosa minaccia.
In sintesi, seguendo questo ragionamento, l’Internet Hater è mosso dalla “paura”.

Ma cos’è la paura?
Treccani ci spiega che la «Paura è uno stato emotivo consistente in un senso di insicurezza, di smarrimento e di ansia di fronte a un pericolo reale o immaginario o dinanzi a cosa o a fatto che sia o si creda dannoso; più o meno intenso secondo le persone e le circostanze, assume il carattere di un turbamento forte e improvviso quando il pericolo si presenti inaspettato, colga di sorpresa o comunque appaia imminente.»
Ebbene, la definizione di Treccani ci aiuta ad inquadrare gli I.H. all’interno di una macro categoria di persone che è quella di “coloro che hanno paura e per ciò odiano”.
Gli Internet Haters, da questa prospettiva, sono tutte persone che certamente hanno paura (inconsciamente o consciamente) di qualcosa. L’odio in questi soggetti nasce dalla paura nei confronti della categoria di persone, dell’oggetto, dell’idea che temono, e proprio perché temuto va prima odiato, poi attaccato e infine distrutto virtualmente con tutti i mezzi di cui dispongono; nello specifico, l’attacco e il tentativo di distruzione di chi si ha paura, viene messo in atto attraverso i mezzi di comunicazione delle nuove tecnologie informatiche che comportano uno scarso rischio di essere individuati e di essere a loro volta attaccati. Un’azione, questa, mossa da soggetti pusillanimi in quanto l’attacco messo in atto non prevede un contradditorio e un uscire allo scoperto manifestando le proprie ragioni rispetto al tentativo di distruggere chi si odia o di motivare da cosa nasce l’odio; bensì, è un attacco mancino e clandestino di chi non vuole mettere a repentaglio la propria persona e la propria identità: “lancio la pietra per colpirti nascondendo virtualmente subito dopo la mia mano”.

Uno degli interessanti risvolti di questo fenomeno è quello politico. Alcuni soggetti che vogliono accelerare la loro carriera politica, infatti, sapendo ben cogliere la frustrazione e l’odio di centinaia di migliaia di persone verso una specifica categoria di soggetti, ovvero, verso un determinato soggetto pubblico, diventano e vestono i panni del “paladino demolitore” di questi “pubblici bersagli”, ritrovando l’immediato consenso e sostegno virtuale di tutti coloro che la pensano come lui.
Classici esempi riportati dalla letteratura del settore, sono le azioni di odio razziste e xenofobe.
Anche in questi casi, nei casi di odio internautico mossi dal razzismo e dalla xenofobia, quello che muove l’azione dell’I.H. è la paura.
Per coloro che sono mossi da sentimenti razzisti, la paura nei confronti di una presunta “razza inferiore” che possa prendere il sopravvento e inquinare la presunta “razza pura” – della quale l’I.H. ritiene di far parte! - alla quale assicurare, con le loro azioni sul web, il “predominio”.
Per coloro che sono mossi da sentimenti xenofobi, la paura nei confronti dello “straniero” e di tutto ciò in cui i nostri Internet Haters non si riconoscono dal punto di vista della cultura, dei costumi, delle usanze, della politica, della religione, etc….

È, in estrema sintesi, la “paura” che domina gli Internet Haters. La loro paura nei confronti di qualcosa che immaginano – in una sorta di persecuzione allucinatoria – minaccioso e pericoloso. La paura in qualcosa che possa accadere imminentemente, e per questo la loro re-azione deve essere tempestiva e violenta proprio perché possa frenare, arrestare e distruggere l’“oggetto” della loro paura. Un oggetto che, come abbiamo visto, può assumere “connotati” e caratteristiche diversi: un “popolo”; una “razza”; una “cultura”; un’idea; un personaggio; un evento; etc…. Gli I.H. sono soggetti nei quali la “paura” germoglia dall’evidente ignoranza, dalla scarsa cultura, dalla scarsa tolleranza, dall’insicurezza, da una personalità facilmente vulnerabile, da una identità personale rimasta infantile o adolescenziale, da torti reali o presunti subiti in passato e mai metabolizzati.
Gli Internet Haters, in sostanza, sono soggetti vittime della loro stessa paura, della loro scarsa cultura ed esperienza di vita, della loro personalità incompiuta e facilmente vulnerabile.
È proprio questo il motivo per il quale molti degli Internet Haters si identificano, per compensare la loro identità fragile e vulnerabile, con determinati gruppi sociali o con determinate ideologie: con la propria squadra sportiva, con un gruppo ideologico estremista, con una nazione, con un gruppo sociale, con un partito politico, con un gruppo religioso, etc…. Rinunciano pertanto alla loro identità incompiuta, per sostituirla integralmente con quella del gruppo o dell’ideologia che hanno scelto e con il quale si identificano totalmente vestendone pubblicamente, per esempio, anche i caratteri identificatori: la maglia di quella squadra sportiva, abiti che richiamano vistosamente la bandiera della propria nazione, accessori che portano il simbolo di quel gruppo ideologico, simboli e gadget che richiamano il gruppo religioso o politico, tatuaggi simboli e rappresentativi di quella specifica identità ideologica, etc….

È molto interessante il docu-film “The Internet Warriors” (pubblicato nel marzo 2017 su YouTube, il cui link troverete alla fine di questo scritto) ideato e realizzato dal regista svedese Kyrre Lien che nel Natale del 2014, un po’ per curiosità, un po’ per gioco, iniziò a ricercare su internet i commenti che esprimevano odio e intolleranza. Lien racconta di essere rimasto affascinato dai tantissimi commenti che esprimevano odio, ma che esprimevano anche tanta ignoranza da parte di questi Internet Haters. Ignoranza perché leggendo i loro commenti, Lien si accorse che queste persone conoscevano poco quello che attaccavano. L’azione di odio espressa attraverso i social e internet era mossa da pregiudizi, da pre-concetti, da stereotipi mai messi in discussione e mai sindacati da parte di questi I.H.. L’“assioma” che evidenziò Lien fu quello di un forte pregiudizio nei confronti di una categoria, di un soggetto, di un oggetto, di un’idea; pregiudizio dal quale scaturivano tutte le azioni di odio e di intolleranza internautica espressa attraverso decine o centinaia di commenti distruttivi e di odio feroce.
Per realizzare il suo documentario, Lien iniziò a guardare i profili Facebook di questi I.H., e si accorse che erano persone apparentemente normali, che avevano una famiglia, un lavoro, una casa, ma che online si trasformavano in terribili e spietati Internet Haters. Iniziò così la sua ricerca in questo mondo. Lavorò per ben tre anni all’interno di questo universo, e alla fine realizzò un interessante documentario che prevede l’intervista dal vivo di queste persone, anche per vedere se intervistate dal vivo e offline, avrebbero espresso lo stesso odio e la stessa intolleranza nei confronti di quello che normalmente attaccavano con i loro commenti online. Lien individuò i commentatori più estremisti e che frequentavano internet più assiduamente; iniziò a contattare diverse di queste persone che per ben tre anni aveva seguito online. La maggior parte di loro, però, non fu disposta a farsi intervistare dal vivo e con una telecamera. Già questo dato è interessante proprio perché: l’elemento del rimanere anonimi, in una posizione da pusillanimi, viene confermata dai contatti e delle risposte che Lien ebbe via internet da queste persone.
Solo pochi di loro si resero disponibili per essere intervistati e ripresi da Lien con una telecamera, e sono per lo più quegli I.H. che hanno delle apparenti “ragioni” di odio verso determinate categorie di persone o di classi sociali. In sintesi, le “ragioni” di queste persone che hanno accettato di essere intervistate, appartengono alle categorie che abbiamo definito con motivazioni razziste o xenofobe.
Lien, dopo aver conosciuto personalmente gli I.H. che si sono resi disponibili per il suo documentario, dopo essere stato nelle loro case, dopo aver parlato con loro ed essersi confrontato rispetto ai temi di odio, dopo aver girato le riprese, ha fatto alcune interessanti considerazioni su queste persone conosciute realmente: «Moltissime di queste persone vivono nella solitudine, sono consapevoli che la società li ha traditi e lasciati ai margini. Molte di queste persone sono state vittime di bullismo. Alla fine – continua Lien - ho imparato che queste persone sono in grado di cambiare se noi li aiutiamo a cambiare. Non possiamo chiudere gli occhi e pretendere che queste persone non esistano se vogliamo cambiare il modo di discutere e di comunicare online. È importante ascoltare queste voci, adesso».
Credo che le parole di Lien, dette in modo spontaneo e senza sovrastrutture culturali interpretative di stampo sociologico o clinico, siano le migliori per chiudere questo breve articolo sugli Internet Haters, che lascia chiaramente tanti punti di domanda e tante questioni aperte per ulteriori confronti e discussioni che spero vengano ripresi e stimolati dai lettori, da altri studiosi e ricercatori.

Link:
“The Internet Warriors”

Andrea Giostra