A proposito di Ingmar Bergman

13/07/2018

Il 14 luglio 1918, a Uppsala, nasce Ingmar Bergman, figlio di un pastore protestante alquanto rigido e severo. Il ragazzo si rifugia nella fantasia e nelle bugie. Nel 36 la fuga diventa concreta, e si trasferisce a Stoccolma, dove lentamente si afferma come regista di teatro, una passione-professione che non abbandonerà mai. Lascia la vita terrena il 30 luglio 2007 nell’isola di Faro, dove da anni viveva e aveva utilizzato come set di diversi suoi film. Dal 1946 al 2003 realizza 46 pellicole grazie alle quali entra nella storia del cinema come uno degli autori più talentuosi e originali.
Come guida attraverso la sua variegata filmografia suggeriamo la lettura di “A proposito di Ingmar Bergman” di Giorgio Penzo, edito da Falsopiano, un libro illuminante, di attenta analisi ma anche facile lettura, che analizza i temi e le forme delle sue opere maggiori, quelle realizzate dal ’55 (il delizioso Sorrisi di una notte d’estate, grazie al quale comincia a godere di fama internazionale) all’82 ( il suo capolavoro semi-autobiografico Fanny e Alexander). I temi ricorrenti dell’opus cinematografico del maestro svedese sono quelli del silenzio di Dio (Bergman è un ateo con un grande bisogno di spiritualità), della maschera e dell’illusione, dell’imprevedibilità della vita e dei sentimenti, dei rapporti famigliari e coniugali sempre conflittuali, dell’inconscio e dell’incubo (il regista ha spesso sofferto di depressione e ha avuto bisogno di cure psicanalitiche). Temi che, seppur mascherati, ritornano anche nei film più “leggeri”, così come, anche nelle pellicole più cupe, non manca la speranza, almeno fino a metà degli anni ’60. Progressivamente il lavoro diventa sempre più pessimista e allegorico e la patologia dei personaggi riflette le turbe psichiche dell’ autore, che col suo cinema ha cercato di risolvere il rapporto col padre ( e, di riflesso, con Dio)

Elena Aguzzi