Il Cinema di Carlo Vanzina

13/07/2018

Per commentare la scomparsa di Carlo Vanzina è stata riesumata una contrapposizione che, vista la condizione attuale del cinema (non solo italiano), pare per certi versi anacronistica: la differenza tra cinema alto e basso. Vanzina, nato nel 1951, ha esordito dietro la macchina da presa nel 1976 con “Luna di miele in tre”. Proprio nel periodo in cui iniziava la crisi profonda delle nostre produzioni. Nel 1977 Roberto Salvadori scrisse, a tale proposito: “Basta per tutti la sostanziale incapacità a produrre, distribuire e far vedere film decorosi.” Salvava, di quella stagione, soltanto Casanova di Fellini e Suspiria di Dario Argento. Certo, sono trascorsi quarant'anni, e i parametri di valutazione critica hanno subito profonde modifiche, adeguandosi forse a un appiattimento qualitativo. Sta di fatto che Vanzina è cresciuto in un contesto cinematografico e culturale non proprio ideale, almeno rispetto ai periodi precedenti. Tale considerazione potrà essere letta da qualcuno come la giustificazione ultima per la mediocrità di buona parte dei suoi film. Invece sarebbe meglio che venisse accolta come l'invito a riflettere sul disprezzo con cui per decenni è stata accolta l'opera vanziniana: il quale andrebbe casomai esteso alle dinamiche politico/produttive che in territorio italico da tempo muovono  l'intero sistema dello spettacolo. Se il disprezzo risulta eccessivo, lo è altrettanto l'esaltazione, a tratti delirante, letta da più parti in questi giorni. In ogni caso, un regista che ha diretto più di sessanta titoli tra film e telefilm non può certo essere liquidato con un'alzata di spalle o, peggio ancora, con le solite definizioni ad effetto e generiche. Anche se, scorrendo la filmografia di Vanzina, con tutta la buona volontà si fa fatica a trovare una dozzina di pellicole sedimentate nella memoria cinematografica. Proviamoci, cominciando con i quattro film interpretati dal terrunciello Diego Abatantuono nei primi anni Ottanta. “I fichissimi”, del 1981, nel quale Romeo/Jerry Calà insidia la sorella di Felice/Abatantuono. “Eccezzziunale ... veramente”, del 1982, film a episodi su tre tifosi: un interista, uno juventino e un milanista. Quello con il camionista juventino Tirzan in particolare è ancora oggi esilarante. “Viulentemente mia”, del 1982, con Abatantuono poliziotto che deve arrestare la ricca Anna Maria/Laura Antonelli, accusata di evadere il fisco. “Il ras del quartiere”, del 1983, nel quale il bulletto di periferia Domingo viene incaricato di trovare una ragazza scomparsa, che poi è la giovanissima Isabella Ferrari. Le scene tra Domingo e il fratellino Alex e quelle con Jena/Mauro Di Francesco sono spassose. “Sotto il vestito niente”, del 1985, è il secondo tentativo (dopo Mystère, del 1983) di realizzare un thriller alla De Palma. Con delle belle ambientazioni, ripulì (e affossò) l'horror all'italiana, dimostrazione che Vanzina ha sempre optato per il prodotto medio, evitando gli eccessi e le provocazioni di alcuni colleghi più coraggiosi. Aggiungiamo poi che il film, tratto da un romanzo di Marco Parma, avrebbe dovuto dirigerlo Michelangelo Antonioni (per tornare al discorso sulle dinamiche produttive e sull'alto e il basso). I grandi incassi realizzati nel 1986 da “Yuppies – I giovani di successo”, con il suo finale qualunquista ma che resta impresso. “Tre colonne in cronaca”, del 1989, un giallo con delle atmosfere azzeccate e un cast di prestigio, Volontè su tutti. Un altro poliziesco, “Piedipiatti” (1991), questa volta comico, non spiacevole grazie alla discreta alchimia creata dalla coppia Montesano/Pozzetto. “I mitici – Colpo gobbo a Milano”, del 1994, che cita alcuni classici del nostro cinema, da I soliti ignoti a I sette uomini d'oro, ed è incentrato sulle peripezie di una banda di ladri improvvisati. Infine “A spasso nel tempo” (1996), un notevole sforzo produttivo di Aurelio De Laurentiis per una sorta di kolossal comico/fantascientifico. Non del tutto riuscito, ma alcuni episodi (la Venezia del 700, l'occupazione nazista) sono gustosi. Ancora una volta Vanzina cerca di ricreare il proprio immaginario cinematografico (con Christian De Sica che rifà il padre Vittorio), però sembra avere meno inventiva dal punto di vista visivo e di gag rispetto ad altri registi, ad esempio Neri Parenti. Se poi vogliamo usare il termine “ispirazione”, negli anni Duemila (che hanno segnato l'ulteriore decadimento del cinema di genere, commedia compresa) Carlo Vanzina e il fratello sceneggiatore Enrico faticano a trovare idee nuove. Riciclano soggetti e generi già utilizzati, da loro e da altri. Il film-barzelletta, quello vacanziero, Er-Monnezza  piuttosto che Sotto il vestito niente, eccetera. Ci si può soffermare su un paio di titoli. “Febbre da cavallo – La mandrakata”, del 2002, tardivo seguito di Febbre da cavallo, diretto nel 1976 dal padre Steno. Bruno Fioretti (Gigi Proietti) organizza una nuova truffa, però con  complici diversi. Enrico Montesano, nel ruolo di Er Pomata, compare in una sola scena, del tutto accessoria. La sensazione di un'impasse creativa si avverte anche nel 2005, quando Vanzina  gira “Eccezzziunale veramente. Capitolo secondo … me.” Tornano i tre tifosi interpretati da Abatantuono, questa volta in una commedia di stampo vagamente televisivo, nella quale dialoghi e battute sono meno geniali di quelli originali.     
Quanto ai film che hanno ottenuto una certa attenzione da parte della critica (Sapore di mare, Il cielo in una stanza, Il pranzo della domenica), risultano alla fin fine meno interessanti. Poiché testimoniano da parte di Vanzina una maggiore ambizione di scrittura (fare commedia di costume, rievocare un'epoca o, addirittura, ritrarre la borghesia) e il desiderio di affrancarsi dalle costrizioni della farsa. Tuttavia finiscono per ribadire, paradossalmente, i limiti espressivi del suo cinema.

Roberto Frini