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Il ragazzo introverso che sorrideva di rado

27/01/2017

“Ascolta la sua voce che ormai canta nel vento, Dio di misericordia vedrai sarai contento “ (F. De André)

Sono passati 50 anni dal suicidio di Luigi Tenco. “Faccio questo non  perché sono stanco della vita”: si suicidò come atto di protesta perché nessuno lo capiva. Aveva 28 anni. Cinque li aveva dedicati al suo pubblico.

Gli inizi come sassofonista, al Santa Tecla accanto  a Giorgio Gaber. Poi lo scopre Nanni Ricordi. È l’inizio di una carriera di cantautore fondamentale per la nostra musica, tanto che il premio alla canzone d’Autore è dedicato a lui. Diventa amico dei “genovesi”, ai quali unisce il suo nome anche se è piemontese. Sono pochi amici, ma buoni, i felici pochi che capiscono il suo modo d’essere così introverso, così malinconico. Amici anche quando sono rivali in amore, come Gino Paoli: Luigi è bellissimo, ma non ci sa fare con le donne, le più belle parole d’amore le dice nelle sue canzoni, tutto se stesso ce lo dice con le sue canzoni. Canzoni di protesta (“E se ci diranno”, “Cara maestra”, “Ragazzo mio”, “Li vidi tornare”, “La ballata dell’eroe”), canzoni ironiche (“Io sono uno”, “La ballata dell’amore”), canzoni, eccezionali, d’amore (“Lontano lontano”, “Vedrai vedrai”, “Mi sono innamorato di te”, “Tu non hai capito niente”, “Ho capito che ti amo”, “Se sapessi come fai”). E il capolavoro, “Un giorno dopo l’altro”( “…la vita se ne va, e la speranza ormai è un’abitudine”). Musiche dolci, spesso complice Reverberi, parole anche dure, amare, disincantate. La voce, inimitabile, un po’ arrabbiata, un po’ di chi soffre. “Faccio questo non perché sono stanco della vita”, ma si rinchiude a riccio, lo sguardo profondo rivolto verso chissà dove. È un gatto selvatico. “Come si trova un gatto sotto i riflettori?”, gli chiede l’amico Gaber in una trasmissione televisiva, e lui: “Male”, e si stringe ancora più nelle braccia conserte.

Eppure ci sta al gioco dei riflettori. Interpreta anche un film di Luciano Salce, “La cuccagna”. Accetta persino di apparire al Festival di Sanremo. Chissà, forse in questi ultimi cinque anni il pubblico ha imparato ad apprezzare anche il jazz, anche i chansonnier francesi, magari si è fatto una coscienza….Invece manda in finale “Io, tu e le rose”, e non la sua canzone…….Ciao, amore, ciao.

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Enrica Aguzzi