L'inganno del soldato Jonathan

07/10/2017

Stati del Sud, 1864. Una dodicenne, allieva del collegio Farnsworth per signorine, trova nel bosco un soldato nordista ferito a una gamba e lo aiuta. L'arrivo dell'uomo in quel microcosmo tutto femminile incrina l'equilibrio e la monotonia dell'ambiente, scatenando dapprima diffidenza per l'estraneo – anzi, paura del nemico – e poi desideri d'amore e di sesso, con conseguenti gelosie, tanto più che il giovanotto, appena rimesso in precaria salute, comincia a fare il galletto con tutte coloro che gli capitano a tiro. La pagherà.
Questa è, in sintesi, la trama del romanzo di Thomas Cullinan “The beguiled”, da cui nel 71 fu tratto il film “La notte brava del soldato Jonathan”, diretto da Don Siegel e interpretato da Clint Eastwood e Geraldine Page e ora “L'inganno”, scritto e diretto da Sofia Coppola, con Nicole Kidman, Kirsten Dunst, Colin Farrel, Elle Fanning e Oona Laurence. Due film che, a parte i flash back sul fratello della signorina Farnsworth e la figura della schiava, da un punto di vista puramente narrativo si seguono quasi pedissequamente, e che eppure non potrebbero essere tanto diversi.

Cominciamo da un dettaglio, il cast così come lo abbiamo appena sintetizzato: nel primo il protagonista era il soldato, messo a confronto con la signora e poi circondato dalle varie fanciulle ( tra cui solo l'insegnante, la schiava e due allieve spiccavano per personalità e ruolo nella trama); nel secondo le protagoniste sono più le donne e il loro mondo, con l'uomo a fare da catalizzatore dello squilibrio.
Ma la differenza più notevole, che salta subito agli occhi, è quella stilistica. Il film di Siegel è crudo, sensuale, con venature grottesche e beffarde, gotico nella sostanza e barocco nella forma, con un ampio uso di sovrimpressioni, rallenty, obiettivi distorti; passa dal realistico all'horror fantastico magari nella stessa sequenza, gioca coi colori scuri che si accendono nelle tinte autunnali, attira e scosta, risparmia ed eccede. Il film della Coppola incanta subito esteticamente, per la sua compostezza e classicità stilistica, per le meravigliose immagini sui toni del grigio che sembrano quadri del realismo ottocentesco; lento e meditativo, volutamente freddo, è recitato sottovoce e gioca di psicologia non esplicitando con parole ed immagini i moventi dei personaggi, ma dipingendoli sui loro volti (purtroppo Farrel è più bello che bravo e infatti il suo personaggio resta più sfocato rispetto agli altri).

Dalla differenza stilistica ne nasce una divergenza anche di “significato”. Prima, parlando del film di Siegel, abbiamo usato non a caso la parola “horror”: infatti il caporale ferito non entra in un collegio, ma in un incubo, una trappola, prioprio come nei film dell'orrore, esattamente come accade al merlo ferito che vediamo all'inizio e alla fine della pellicola. Al di là della spregevolezza del personaggio, egli è vittima dei desideri repressi di un gruppo di baccanti che se ne contendono i pezzi ( anche letteralmente...); è anche, da un punto di vista maschile, la paura della castrazione, dell'incontro con la donna-mantide. Ne “L'inganno”, il punto di vista ssunto è invece quello femminile. Il giovane caporale vigliacco è come un bruco portato nella tana delle formiche: deve essere distrutto se no lo distruggerà. La motivazione di base per ogni scelta e sentimento che scaturisce dalla situazione è il bisogno di proteggersi dal mondo esterno (gli uomini, la guerra, l'insicurezza, l'infelicità), la protezione del nucleo – un po' come nel primo film della Coppola, “Il giradino delle vergini suicide” dove cinque ragazze (come qui) venivano segregate dai “pericoli” esterni dai propri genitori.

La miss Fansworth interpretata da Geraldine Page è dura, ferina, vendicativa, con un passato scomodo, con accenti fanatici: ricorda la Kathy Bates di “Misery non deve morire” e agirà allo stesso modo; quella della Kidman ricorda la Grace da lei stessa interpretata in “The Others”, disposta a tutto pur di mantenere la sua famiglia lontana dalla verità, dall'esterno, dal male. L'inquadratura finale, cone le donne strette tra loro, dietro le sbarre del cancello chiuso, in un bel composto “gruppo di famiglia” chiude pittoricamente e stupendamente una storia che Siegel ha raccontato come una commedia noir e che Coppola trasforma in dramma.

Elena Aguzzi