Lo Hobbit – La desolazione di Smaug: una versione “infedele”

19/12/2013

Sosteniamo da tempo come il cinema non necessiti affatto di “copiare” la letteratura, visto che può benissimo prendere una storia scritta per farla propria, tuttavia ciò non vuol dire riproporla pedissequamente su pellicola, bensì reinterpretarne il senso più profondo, raggiungerne l’intimità e carpirla. Il cinema, dunque, è capace di generare ex novo la storia di un romanzo e allo stesso tempo conferirle la freschezza della novità. Il rapporto tra cinema e letteratura è da sempre un argomento estremamente suggestivo, nonché dibattuto. Malgrado negli ultimi anni, specialmente in ambito accademico, sia in parte scemata l'attenzione verso questa tematica, essa continua lo stesso a generare ricerche e pubblicazioni tra le più variegate.

Per quanto concerne gli adattamenti cinematografici, è necessario distinguere tra versione, ovvero la ripresa totale di una opera letteraria da parte di un film, e trasposizione cinematografica, dove è presente solo l'ispirazione derivante da un testo scritto. Trattasi di una materia assai complessa, dunque impossibile da affrontare in così breve spazio (1). Possiamo solo dire che le pellicole dirette da Peter Jackson rientrano chiaramente nella prima categoria; mentre nella seconda possiamo trovare capolavori assoluti come Il pianeta proibito (1956) di Fred McLeod Wilcox e Apocalypse Now (1979) di Francis Ford Coppola (2).

Il regista neozelandese va sempre lodato per il coraggio di confrontarsi con un colosso come J. R. R. Tolkien. A dire il vero, quello che a buona ragione viene considerato il più grande scrittore fantasy di sempre ha beneficiato anche in una altra occasione di una ottima ripresa cinematografica, ci riferiamo al troppo spesso dimenticato e sperimentale lungometraggio animato di Ralph Bakshi del 1978 e che siamo convinti sia servito non poco da ispirazione per lo stesso Jackson. 

Se nella trilogia de Il signore degli anelli (LOR) troviamo una discreta fedeltà al testo scritto e, per quanto possibile, una buona presenza delle atmosfere e del significato stesso della opera letteraria; ne Lo Hobbit, malgrado la pur sempre eccellente qualità filmica, Jackson è stato costretto a inserire troppi elementi esterni alla storia, e in questo secondo episodio addirittura esagerando: l'elfa Tauriel è una sua invenzione e Legolas non compare ne Lo Hobbit, ma ne LOR! Se la celeberrima Trilogia dell'Anello per lunghezza e complessità si è prestata bene a un fluviale adattamento per il cinema, il romanzo che narra le avventure di Bilbo Baggins difficilmente può fornire abbastanza materiale per una trilogia, con film che superano ampiamente le due ore ciascuno. È vero che gli autori hanno saggiamente attinto al cospicuo apparato di note (3) che lo stesso Tolkien ha redatto sulla stesura de Lo Hobbit, tuttavia forse queste non sono sufficienti, poiché per quanto possano essere dettagliate, delle note non possono rimpiazzare le atmosfere di un romanzo vero e proprio. Inoltre, ravvisiamo anche una altra problematica che non è invece presente nelle pellicole dedicate al LOR, sarebbe a dire che mentre qui Jackson ripropone magistralmente i toni e le inquietudini di una “fiaba per adulti”, intrisa di valori tradizionali, con al centro l'epica lotta tra il Bene e il Male, ne Lo Hobbit egli forza un po' la mano, imponendo a questa bellissima storia per adolescenti alcune atmosfere simili a quelle del LOR che ne alterano in parte la vera natura. Infatti, Lo Hobbit è sì una storia avventurosa e complessa, ma pur sempre una fiaba, anche se in essa sono già presenti molte delle tematiche che saranno alla base della successiva trilogia.
Jackson fa ricorso in questa sua ultima fatica a numerose scene di azione, intrise di atmosfere dark che nulla hanno a che fare col romanzo, il quale, ribadiamo, è una favola per adolescenti. L'unica parte del film dove ritroviamo lo spirito dell'opera tolkieniana è quella del dialogo tra Bilbo e Smaug, con quell'umorismo che è un elemento del carattere del temerario hobbit. Lo smarrimento da parte del regista del senso stesso del romanzo è tale che in alcuni momenti la sua pellicola ricorda purtroppo gli ultimi film della serie Harry Potter, con toni decisamente più adulti dei primi e dove ricorre un senso di morte. La saga della Rowling ha a nostro avviso drammaticamente banalizzato quel genere fantasy reso grande proprio da Tolkien e Jackson, alla stregua dei romanzi dell'autrice inglese, in questa sua opera non distingue più il limite tra fiaba e fantasy, che sono sì simili come generi narrativi, ma non identici.

Dunque, ne La desolazione di Smaug il ricorso continuo all'azione è un esempio del livello di “infedeltà” toccato dalla pellicola. Infatti, ne Lo Hobbit il dialogo riveste decisamente più importanza dell'azione, che è per converso una delle caratteristiche principali del LOR, visto che non presenta quella successione di scontri e battaglie campali rese da Tolkien con un linguaggio che ha fatto scuola; tra queste, citiamo il meraviglioso utilizzo della lingua inglese nel capitolo intitolato: Il ponte di Khazad-Dûm (4).

Tirando le somme del discorso, Jackson ci propone certamente un buon film, ma non possiamo evitare di stigmatizzarne l'eccessiva lontananza dal romanzo di Tolkien. Il regista non ha compreso, o speriamo solo dimenticato, come qualsiasi opera che riprenda una idea e la trasponga è da considerarsi originale, giacché include degli inevitabili cambiamenti, che spesso possono persino aggiungere qualcosa alla fonte letteraria. Una versione non permette invece tale processo e andrebbe spesso considerata un tentativo ingenuo di rispecchiare una storia preesistente, ottenendo come unico risultato di esserne una copia inesatta. Nel LOR il cineasta neozelandese era comunque riuscito a mediare sapientemente tra la fonte scritta e le necessità della cinematografia. In questo suo ultimo lavoro, egli invece snobba completamente il romanzo e si concentra solo sulla sua pellicola, con il risultato di aver creato un film che può legittimamente irritare tutti gli amanti e studiosi di uno dei più grandi scrittori della seconda metà del XX secolo.

 

Note:
1 - Su questa tematica, cfr. Riccardo Rosati: La trasposizione cinematografica di Heart of Darkness, Brescia, Starrylink, 2004.
2 - Il primo è un film di fantascienza liberamente ispirato a La tempesta (ca. 1610 – 11) di William Shakespeare, mentre il secondo traspone nel contesto della Guerra del Vietnam un caposaldo della letteratura in lingua inglese come Cuore di tenebra (1899 – 1902) di Joseph Conrad.
3 - Per l'esattezza, Tolkien ha pubblicato 125 pagine di note.
4 - Vedasi, Riccardo Rosati: 'Alcune riflessioni sul linguaggio di Tolkien ne Il signore degli anelli', Antarès, 3, 2012, 32-35. L'articolo è scaricabile online a questo indirizzo: http://www.antaresrivista.it/download_b.html

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Riccardo Rosati