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Gabriella Aguzzi Capo Redattore

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Due passi nella Parigi di Hemingway

08/07/2011

“Per Parigi non ci sarà mai fine e i ricordi di chi ci ha vissuto differiscono tutti gli uni dagli altri. Si finiva sempre per tornarci, a Parigi, chiunque fossimo, comunque essa fosse cambiata o quali fossero le difficoltà, o la facilità con la quale si poteva raggiungerla. Parigi ne valeva sempre la pena e qualsiasi dono tu le portassi ne ricevevi qualcosa in cambio. Ma questa era la Parigi dei bei tempi andati, quando eravamo molto poveri e molto felici”  (Festa Mobile)

Un itinerario sulle orme di Hemingway vorrebbe dire un itinerario intorno al mondo. Dalla casa di Key West dove i gatti che ancora la abitano possono vantare di essere diretti discendenti dei gatti di Hemingway, all’Italia, Milano, la Riviera Ligure, Alassio, dove pare abbandonò un pappagallo e noi bambini curiosi ci fermavamo, in quelle lontane estati, a parlare con quello che si favoleggiava fosse il pappagallo di Hemingway. Si dovrebbe vedere tutto il mondo, Cuba, l’Africa, la Spagna, sarebbe forse più facile additare un luogo in cui Hemingway non sia mai stato. Il nostro percorso letterario si limiterà dunque a percorrere quelle vie di Parigi dove Ernest Hemingway visse la sua giovinezza di scrittore e alle quali tornò più e più volte e dedicò le sue pagine più belle.

“Se hai avuto la fortuna di vivere a Parigi da giovane, dopo, ovunque tu passi il resto della tua vita, essa ti accompagnerà perché Parigi  è una Festa Mobile”, scriveva e la nostra passeggiata letteraria può partire proprio dalla sua prima casa, al 74 di rue Cardinal-Lemoine, dove una targa reca ancora il ricordo degli anni della sua giovinezza parigina. Nel quartiere a ridosso del Pantheon, fatto di strette strade un tempo acciottolate, e all’epoca di Hemingway dimora di ubriachi e clochard, sono ancora riconoscibili i locali e gli angoli descritti in “Festa Mobile”, “Il sole sorge ancora”, “Le Nevi del Kilimanjaro”, come la piccola Place de la Contrescarpe quasi all’angolo con rue Cardinal-Lemoine che lo scrittore doveva scorgere dalla sua abitazione al quarto piano. “Non c’era nessun altro angolo di Parigi che amasse come questo, gli alberi scomposti, le vecchie case bianche dipinte in basso di scuro, il verde degli autobus nella piazza rotonda, la tintura porpora dei fiori sul marciapiede, l’improvvisa discesa di rue Cardinale-Lemoine verso il fiume e dall’altro lato lo stretto mondo affollato di rue Mouffetard”.

A pochi passi rue Descartes dove nel 1922 Hemingway affittò un piccolo attico per farne il suo studio, proprio nella stessa casa dove Paul Verlaine era morto 25 anni prima. Ora al piano terra c’è un piccolo ristorante ombreggiato da una tenda rossa e ancora un’insegna ricorda come la Maison di Verlaine fu frequentata anche dallo scrittore americano.
Scendendo poi verso i giardini del Luxembourg, come a seguire la mappa tracciata da Hemingway stesso in Festa Mobile, sembra di assaporarne le medesime sensazioni “Ti eri ormai abituato ala vista degli alberi nudi contro il cielo e camminavi sulla ghiaia appena lavata dei sentieri verso il giardino del Luxembourg nel vento chiaro e pungente”. Ne amava i pigri pomeriggi autunnali, guardando il gioco delle bocce e il cader delle foglie, una Parigi che cambiava nelle stagioni con il colore dei suoi alberi. Amava questa parte di Parigi, sia quando vi arrivò per la prima volta con la moglie Hadley come giovane reporter del Toronto Star, sia quando vi tornò come scrittore di successo (qui anche la casa dove abitò un anno con la moglie Pauline, al 6 di rue Fèrou, non lontano da rue Vaugirard dove viveva Scott Fitzgerald).

Era assiduo frequentatore della Brasserie Lipp su Boulevard Saint-Germain, un tripudio di decorazioni liberty, specchi e mosaici (della quale descrive minuziosamente i menù), della Closerie des Lilas (il suo Caffè preferito, sulla cui terrazza terminò la scrittura di Il Sole sorge ancora - “Era caldo d’inverno e in primavera e in autunno era bello sedere fuori al tavolo all’ombra degli alberi”), ma soprattutto della libreria di Sylvia Beach “Shakespeare and Company”, ritrovo di scrittori e artisti “In quella strada fredda e spazzata dal vento, era un posto caldo, allegro con una grossa stufa durante l’inverno, tavoli e scaffali di libri, libri nuovi in vetrina, e sulle pareti le fotografie di scrittori famosi, morti e viventi. Le fotografie sembravano tutte istantanee e anche gli scrittori morti avevano l’aria di essere vivi.” Ora la libreria non è più in rue de l’Odéon ma poco oltre, lungo la Senna, con la vetrina che rispecchia il profilo di Notre Dame, ma vi si respira la stessa atmosfera insieme all’odore delle vecchie pagine e del legno incurvato sotto il peso dei libri.
La Rive Droite lo vede negli ultimi decenni frequentare i ristoranti più eleganti, lontano dai tempi in cui non aveva abbastanza denaro per pagare il conto della cena di Natale al Café de la Paix. Il Bar del Ritz porta il suo nome, piccolo, esclusivo e raccolto accanto al giardino interno. Ma uscendone i passi riportano immancabili lungo la Senna, a ripercorrerne le orme, dove si tuffano il rosso dei tramonti e le luci incantate della sera, dove indugiava presso le bancarelle dei bouquinistes, alla ricerca di libri inglesi e americani, e se anche ora traboccano di convenzionali souvenir vi si può ancora scovare qualche traccia del passato. “Oltre il ramo della Senna c’era l’Ile Saint-Louis e le sue vecchie, alte, bellissime case (...) L’isola finiva a punta come la prora aguzza di una nave (...) lungo il fiume non mi sentivo mai solo”.

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Gabriella Aguzzi