La Casa dei Poeti Inglesi

30/08/2014

L’amore dei britannici per l’Italia è qualcosa di molto profondo, un rapporto radicato nella storia dei due popoli. Esso è ben rappresentato dalle tante collezioni messe assieme dai sudditi di Sua Maestà e sparse per la Penisola; basterebbe a tal proposito citare il sontuoso Museo Stibbert di Firenze o i deliziosi ambienti di Villa Malfitano a Palermo, lascito di Joseph Whitaker (1850-1936), collezionista, uomo d’affari con la passione per la botanica, l’ornitologia – celebri sono i suoi studi sugli uccelli della Tunisia – e soprattutto per
l’archeologia. Fu lui infatti a identificare l’Isola di Mozia, dove oggi si trova una ricca casa museo, nella quale è custodito il celebre Giovinetto di Mozia, una preziosissima statua in marmo (450-440 a.C.). Oltre che nei musei, l’amore dei britannici per il nostro Paese è ovviamente presente nei numerosi scritti che ci hanno lasciato, dove si glorificano le vestigia dell’Antica Roma e l’arte del Rinascimento. 
In questo caso ci soffermeremo su un museo decisamente particolare come la Keats-Shelley House di Roma. Esso custodisce una memoria pregna di storia, intimamente legata alla moda che durante il XVII e il XVIII secolo spinse i membri dell’aristocrazia nordeuropea a compiere quel viaggio di educazione morale e spirituale comunemente conosciuto come Grand Tour. Meta principale di tale pellegrinaggio culturale era proprio il Belpaese. Va da sé che Roma giocò un ruolo di primaria importanza.
L’area attorno a piazza di Spagna, dove si trova il museo, era all’epoca molto popolare, specialmente tra gli
eruditi anglosassoni, a tal punto che finì per essere conosciuta come il “Ghetto degli Inglesi”.
La casa dove Keats abitava era nota come la “Casina rossa”. Quando il poeta arrivò a Roma – nel novembre
del 1820 – era ormai gravemente ammalato di tubercolosi. Era accompagnato dal pittore e suo grande amico Joseph Severn, che divise con lui l’appartamento sino alla sua morte. Keats, prima dell’acutizzarsi della malattia, era solito alzarsi per contemplare dalla sua finestra quella bellezza che lo aveva spinto a raggiungere l’Italia attraverso un lungo ed estenuante viaggio. Egli morì proprio tra le braccia di Severn la notte del 23 febbraio 1821.
Nel 1903 il palazzetto, ormai caduto in rovina, fu minacciato di demolizione. Allora venne lanciato un appello per salvarlo e nel 1906, con l’appoggio dei re di Inghilterra e d’Italia e del presidente degli Stati Uniti, fu fondata la Keats-Shelley Memorial Association. Tre anni dopo la casa fu aperta al pubblico come museo e biblioteca per ricordare Keats, Shelley e gli altri poeti romantici che avevano amato visceralmente il nostro Paese. La casa museo custodisce oggi una preziosissima raccolta di libri, manoscritti e altri cimeli, e le collezioni sono andate costantemente ampliandosi nel tempo.
Il fatto che un patrimonio del genere sia giunto tanto ricco sino a noi è davvero una grande fortuna, poiché per decreto della legge vaticana dopo la morte di Keats tutto quanto era contenuto nella sua stanza dovette essere portato via e bruciato: all’epoca si credeva erroneamente che quelle misure avrebbero impedito la diffusione dell’infezione. Per tale motivo, per esempio, il letto del giovane poeta non è quello originario. Keats fu sepolto nel Cimitero Acattolico a Testaccio, un altro luogo pieno di storia e fascino. Ai tempi di Keats il Cimitero degli Inglesi, così era chiamato dalla popolazione della Città Eterna, era un campo aperto che conteneva circa trenta tombe. È collocato subito fuori dalle mura della città, ai piedi del monumento a Caio Cestio. A tal proposito, nel museo troviamo una lettera di Oscar Wilde a Emma Speed, una diretta discendente di Keats, con un sonetto dedicato al sommo poeta. Celebre la frase della scrittore irlandese, il quale definì questo cimitero “il posto più santo di Roma”.
Per quanto concerne Percy Bysshe Shelley, egli non visse mai in questa casa, ma il fatto che venga ricordato da una lapide nel cimitero romano dove è sepolto anche Keats ha spinto i fondatori del museo a legare per sempre i nomi di due tra i maggiori esponenti del Romanticismo. Oltre a quella di Shelley, il museo custodisce testimonianze dei resoconti di Edward Trelawny, amico di Shelley. Trelawny fu il testimone principale degli ultimi giorni del poeta. Lo vide lasciare in barca Livorno per il suo ultimo fatale viaggio e identificò i corpi di Shelley ed Edward Williams quando furono riportati a riva otto giorni dopo. Fu lui a presenziare anche alla cremazione di entrambi. C’è da dire sui racconti di Trelawny che con il passare degli anni, probabilmente per un gusto dell’effetto drammatico, egli cominciò a confondere realtà e fantasia,
talvolta ingrandendo la parte che ebbe negli eventi legati alla morte di Shelley. La sua resta comunque una suggestiva testimonianza, malgrado non sempre completamente attendibile.
La collezione del museo abbonda di lettere e manoscritti di quei numerosi protagonisti che elessero l’Italia a luogo dell’anima. I ricordi di Keats e Shelley, dopo la loro prematura scomparsa, divennero ben presto quasi oggetti “sacri”, rasentando talvolta il feticismo. Per esempio, in una teca sono presenti delle ciocche di capelli dei due poeti. Infatti, nel XIX secolo era comune tra gli amici scambiarsi ciocche di capelli come pegno d’affetto. Dopo la morte degli artisti, questi cimeli divenivano ricordi preziosi, importanti reliquie di uomini famosi.
La collezione di cimeli “particolari” presenta anche un’urna di alabastro contenente un frammento della mascella di Shelley. Infatti, il suo corpo venne bruciato sulla spiaggia vicino a Viareggio: le uniche parti risparmiate dal fuoco furono alcuni frammenti delle ossa, la mascella e il cranio, ma quello che sorprese tutti fu che il cuore era rimasto intatto. Da qui nacque una specie di leggenda legata al cuore dello scrittore.
C’è da dire che il museo non contiene autentici capolavori, tuttavia i numerosi ricordi che custodisce ci parlano di personaggi suggestivi, oltre a essere dei grandi scrittori: William Blake, William Wordsworth, Samuel Taylor Coleridge, Lord Byron, oltre chiaramente a Keats e Shelley. Tra i tanti oggetti in mostra, toccante è un disegno del Vaso di Sosibio, ora al Louvre, a opera di Keats. Costui si avvicinò all’arte classica con ripetute visite al British Museum, dove ebbe inoltre modo di contemplare la bellezza dei discussi Marmi di Elgin. Trattasi di un attento disegno a mano libera del vaso greco fatto dal poeta. La scritta presente sul foglio non è tuttavia originale di Keats, ma del suo amico Charles Wentworth Dilke, cui apparteneva il disegno e al quale si deve l’attribuzione al poeta. Questa piccola opera ci rammenta di quanto per i romantici fossero importanti sia la poliedricità creativa, che il rapporto con la classicità, per potersi definire un Artista.
Tra i tanti ricordi presenti nelle stanze di questa casa senza tempo, vale la pena spendere qualche parola sulla maschera carnevalesca di cera appartenuta a Byron e indossata a Ravenna durante il carnevale del 1820. Egli amava molto il carnevale di Venezia, con le sue infinite opportunità di intrigo, ma partecipò anche alla “buffoneria” e alla “cavalcata” del carnevale di Ravenna con altrettanto entusiasmo.
Siamo sempre più convinti del fatto che piccoli musei come la Keats-Shelley House vadano riscoperti e fatti
conoscere non soltanto alla platea degli studiosi di settore. Il curatore, Giuseppe Albano, ci ha confessato che sovente le numerose scolaresche che visitano questa casa rimangono stupite dalla passione che legava personaggi così importanti della cultura all’Italia, suscitando nei giovani un impeto di orgoglio. Non è forse questo il ruolo del museo, essere lo scrigno della memoria? Ragion per cui, una piccola raccolta può talvolta avere la stessa rilevanza di una collezione assai più ricca e celebre.
Nelle poche sale di quella che fu l’ultima dimora di John Keats, abbiamo perciò l’opportunità di comprendere l’unicità del rapporto che lega la cultura inglese a quella italiana, ravvivando una storia densa di significati.
La Keats-Shelley House di Roma presenta un ulteriore spunto di riflessione. Ovvero, come mai gente così colta e sensibile fuggiva letteralmente da quella che stava diventando la culla del progresso, per trasferirsi nella sottosviluppata Italia? I poeti romantici avevano intuito che la Gran Bretagna si stava trasformando in un enorme calderone di interessi, annebbiata dal fantasma del profitto. Un luogo dove si guardava al passato sempre con maggiore sufficienza. Per Keats e Shelley invece il nostro Paese incarnava quei valori universali che fanno dell’essere umano un elemento fondamentale se inserito nella Storia. Una rovina di un tempio romano valeva per loro ben più di una grande e moderna costruzione, poiché essa era, ed è tutt’oggi, un simbolo. E i simboli, si sa, sono perennemente attuali, un ricordo di qualcosa di ben più grande.
Concludendo, la Keats-Shelley House è un luogo dal triplice valore. Il primo, quello più ovvio, è l’essere una
casa museo, situata in uno dei luoghi più suggestivi del Vecchio Continente, intriso come è di romanticismo, e non poteva essere altrimenti, visto che nelle sue sale si celebrano i più grandi poeti della letteratura romantica.
Il secondo aspetto che connota questa collezione è rappresentato dal suo valore di preziosissima raccolta libraria specialistica, con importanti edizioni in lingua originale. Infine, l’ultimo elemento, ma non certo il meno importante, è quello di essere una perfetta esemplificazione della funzione primaria del museo, ovvero di un luogo dove si attualizza la memoria. Nella casa che ricorda le opere e le vicende di alcuni tra i massimi scrittori britannici, il passato “vive” e ciò non accade certo per la presenza di capolavori artistici, bensì attraverso numerosi ricordi e cimeli, grazie ai quali noi possiamo riscoprire dei legami che ci appaiono ormai assai lontani, ma che invece andrebbero percepiti come una opportunità per ragionare sul modo che abbiamo oggi di avvicinarci all’arte e alla storia.
Per tutti questi motivi, riteniamo che la Keats-Shelley House vada considerato un autentico luogo della memoria.

Pubblicato da Nuova Museologia

Riccardo Rosati