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Gabriella Aguzzi Capo Redattore

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L'inizio di Orson Welles

08/10/2015

Forse, tecnicamente, è ancora più memorabile l'incipit de “L'infernale Quinlan”, con quel piano sequenza sui titoli di testa che porta al delitto da cui comincia l'indagine. Ma l'inizio che ha segnato la storia del cinema è quello di “Quarto Potere”: perché è bellissimo e di raro virtuosismo, perché è l'inizio di uno dei maggiori capolavori di sempre – e lo è anche in virtù di questo incipit – e perché è l'opera prima di Orson Welles (di cui ricordiamo il trentennale della scomparsa) quindi quello di Citizen Kane non è solo l'inizio di un film bensì l'inizio di una carriera cinematograficamente formidabile.
Prima di raccontarlo vogliamo ricordare un dettaglio ai nostri lettori: il film fu realizzato nel 1940. Questo significa che molti movimenti di macchina, in particolare rispetto all'impianto scenografico, erano innovativi, le pellicole utilizzate sperimentali, e che gli “effetti speciali” erano primitivi (per lo più si trattava di cartonati messi davanti la macchina da presa o disegni), e purtuttavia il risultato è ancora oggi estremamente suggestivo. Welles lavorò a stretto contatto col direttore della fotografia, il grande Gregg Toland, lo scenografo Perry Ferguson, il montatore Robert Wise (futuro regista) e tutti coloro che si occuparono dell'aspetto sonoro e di post-produzione, per arrivare a mettere a punto un film rivoluzionario tanto nella sostanza quanto nella tecnica. Certo il carattere accentratore di Welles, in questo assai simile al personaggio di Charles Foster Kane, lo spinse ad arrogarsi forse ancor più meriti (molte furono le controversie sulla paternità della sceneggiatura, per esempio), ma altrettanto certo è che seppe seguire passo passo il gioco di squadra, dai primi storyboard all'ultimo cut: cosa che spesso non poté più fare nei film seguenti, con grande amarezza sua e, oggi, della critica e del pubblico.

La prima inquadratura è perentoria: immerso in una luce nebbiosa e notturna un cartello con su scritto “No trespassing” (perché nel segreto del cittadino Kane non si potrà entrare). Carrello in su lungo la rete di recinzione. Dissolvenza in macchina e focus sulla scritta “K” che sormonta il cancello. Di sfondo, sempre in dissolvenza, si delinea il palazzo di Xanadu. La “K” sparisce e appaiono in primo piano, via via, i tesori della reggia: scimmiette in gabbia, gondole sul laghetto, un ponte levatoio con statue di orsi, un campo di golf, palme e infine il castello, con una finestra illuminata. Il carrello ci avvicina alla finestra della camera da letto di Kane, scorgiamo una figura stesa su un letto. La luce si abbassa. Improvvisamente, senza alcun stacco di montaggio, ci troviamo all'interno della camera, con la sagoma nella stessa posizione sullo schermo: la prima apparizione di Welles, abile illusionista, è realizzata con un trucco di magia visiva (in realtà il passaggio è reso possibile da una dissolvenza in macchina). Poi primo piano su della neve che cade, emerge una casa sotto i fiocchi. Zoom indietro: la casa è in un globo di vetro, sulla mano dell'uomo steso in letto. Stacco: primo piano sulle labbra dell'uomo che sussurra “Rosebud”. Si torna sulla mano dell'uomo, vista in parziale soggettiva. Il globo cade come questi rilascia la mano. L'inquadratura passa ai piedi delle brevi scale su cui è posto il letto: il globo termina di cadere e si frantuma. La porta della stanza, vista deformata come attraverso un frammento di vetro, entra un'infermiera. Grandangolo mentre si precipita verso l'uomo. Poi siamo di nuovo accanto al letto. L'infermiera incrocia le mani del cadavere sul petto e lo copre fin sul volto con un lenzuolo. Torna l'immagine della figura stesa, come appena entrati nella stanza.
Segue improvviso, squillante, il “cinegiornale” che ci racconta di Charles Foster Kane e che, di fatto, ci riassume tutto il film che vedremo: geniale, e senz'altro un espediente narrativo ( e, ancora una volta, tecnico, con la pellicola invecchiata e saltellante) che ha fatto storia. Ma la vera magia è già trascorsa nelle inquadrature precedenti, e nel sussurro, in quel “Rosebud”: dal punto di vista tecnico (creato al mixaggio su due piste sonore separate, sulle quali era incisa la voce di Welles con dei diversi tempi di riverbero) e dal punto di vista narrativo. Perché “Rosebud” rappresenta un mistero, un pezzo del puzzle, un avvio e un punto di arrivo. Un capolavoro.

Elena Aguzzi