Dangerous Liaisons

19/06/2012

Titolo originale: Wei xian guan xi
Regia: Hur Jin-ho
Cast: Jang Dong-gun, Cecilia Cheung, Zhang Ziyi, Shawn Dou, Candy Wang, Lisa Lu
Produzione: Cina, Corea, Singapore
Genere: Drammatico
Anno: 2012
Durata: 107
Voto: 7


Mo Jieyu, facoltosa imprenditrice di Shanghai, propone una scommessa a Xie Yifan, notorio seduttore a cui si è sempre negata: se Yifan riuscirà a deflorare Beibei, promessa sposa di un suo vecchio amante, lei gli si concederà. Yifan declina la proposta ritenendo che la sfida non sia alla sua altezza, e alza la posta scommettendo che riuscirà a sedurre Du Fenyu, una sua lontana cugina in fuga dalla Manciuria, vedova di irreprensibili costumi.
Il capolavoro di Choderlos de Laclos è stato trasposto numerose volte sullo schermo, con risultati che oscillano dall’ottimo (Stephen Frears) al curioso (“Untold Scandal” di Lee Je-yong, ambientato nell’epoca Chosun) allo sconfortante (Vadim e Forman), fino all’orripilante versione teen “Cruel Intentions” di tal Roger Kumble, che ci inflisse Sarah Michelle Gellar nelle vesti di Kathryn Merteuil (sic). Quest’ultimo adattamento, presentato a Cannes nella sezione “Directors’Fortnight” e sceneggiato dalla scrittrice Yan Geling, già autrice di “The Flowers of War” di Zhang Yimou, si colloca fortunatamente nella parte più alta della curva gaussiana, tra Frears e Lee Je-yong.
Niente è più estraneo al melodramma de “Les Liaisons Dangereuses“, summa sublime di cinismo libertino. Strategia e tattica alla von Clausewitz, e non per niente Laclos era un militare di carriera, applicata all’arte della seduzione, in grado di indirizzare con la volontà le oscillazioni del cuore umano, ridotto a fortezza da espugnare con ogni mezzo e poi radere al suolo. Ma anche fredda esaltazione materialistica dell’eros svincolato dalle leggi morali, inteso come affermazione della libertà individuale, anche se nel testo sono presenti in nuce i prodromi dell’amore-passione, che tanta fortuna avrà nel Romanticismo. Come chiosò Baudelaire: “Se brucia questo libro, brucia alla maniera del ghiaccio”. Il materiale ideale per un regista come Hur Jin-ho, autore competente di melodrammi rarefatti e asciugati all’estremo da qualsivoglia forma di sentimentalismo, qui alla seconda coproduzione con la Cina dopo “A Good Rain Knows”. Yan Geling ambienta la vicenda nella Shanghai del 1931, abbozzando un parallelismo tra la Francia alla vigilia della Rivoluzione (il romanzo è del 1782) e la Cina nell’imminenza dell’invasione giapponese. Lo scopo, naturalmente, è anche quello di giocare sulla vera e propria mitologia che si è creata nel corso degli anni intorno alla Shanghai dell’epoca (da “Shanghai Express” di Von Sternberg in poi), allora al culmine del suo splendore. La città, allora denominata la “Parigi d’Oriente”, verrà infatti sventrata dai bombardamenti pochi anni dopo, nel 1937.
Come annotò Talleyrand, “Chi non è vissuto prima della Rivoluzione, ignora la dolcezza del vivere”, una frase che si può applicare tanto alla Rivoluzione francese che a quella di Mao Zedong. Dolcezza del vivere che qui si tramuta negli splendidi interni Art Nouveau e nelle opulente architetture alla francese dei palazzi dell’alta borghesia shanghaiese, quelli dove vivono nell’ozio il playboy Xie Yifan (Valmont) e la femme fatale Mo Jieyu (la marchesa di Merteuil), architettando giochi di potere e seduzione che alla fine si riveleranno fatali per entrambi. Tra un ballo di beneficenza e una serata all’Opera di Pechino, ogni tanto si affaccia sulla scena la storia con la esse maiuscola, ma sempre in maniera funzionale alla trama. Le sequenze all’Opera, in cui gli studenti cinesi lanciano volantini sul pubblico, o la manifestazione di boicottaggio dei prodotti giapponesi, sono integrati con intelligenza nel plot da Yan Geling, e coincidono con due snodi narrativi importanti.
Hur Jin-ho si ricorda della versione di Stephen Frears nella sequenza della morte di Yifan, ma per il resto sceglie un approccio di sofisticata soavità, usando prevalentemente primi piani, accompagnati dai walzer suadenti del compositore Cho Sung-woo: la macchina da presa accarezza allo stesso modo, ovvero con sensualità estrema, sia le sete e i broccati che i volti degli attori. E proprio il lavoro con gli attori, che è sempre stato il punto di forza del regista al di là di scelte di regia sovente convenzionali, rende “Dangerous Liaisons” particolarmente riuscito. Jang Dong-gun (My Way), charme noncurante e baffetti alla Clark Gable, è un impareggiabile seduttore che oscilla tra cinismo e malinconia, mentre Zhang Ziyi, in un ruolo per lei inusuale, è una credibilissima incarnazione dell’incorruttibilità morale che cede alla passione dei sensi. Ma chi si mangia tutti a colazione è Cecilia Cheung nel ruolo di Mo Jieyu, straordinaria manipolatrice che manovra i sentimenti degli altri, pur rivendicando ostinatamente la propria indipendenza dall’amore e dagli uomini. Proprio grazie a loro Hur Jin-ho evita il rischio, sempre presente data l’ambientazione decontestualizzata rispetto all’originale, di confezionare una soap-opera di lusso, elaborando un adattamento più che rispettabile di un classico universalmente noto. Unica pecca le scenografie di Walter Wong Kalun, talmente linde da risultare posticce, anche a causa della fotografia di Kim Byung-seo, che costruisce immagini annegate in una luminosità priva di ombre e chiaroscuri.

Nicola Picchi