Father and Son

17/09/2015

Regia: Hirokazu Koreeda.
Con Masaharu Fukuyama, Yôko Maki, Jun Kunimura, Machiko Ono, Kirin Kiki.
Voto: 7,5


Father and son non è solo un film su uno scambio di neonati in culla. Si avvicendano diverse sostituzioni: i volteggi imposti ai due malcapitati pargoli si susseguono senza soluzione di continuità, accompagnati da un ribaltamento delle prospettive su quale sia la famiglia più meritevole di prendersene cura.
È una di quelle opere cinematografiche la cui poesia soffusa, lieve e delicata ti pervade, ti resta dentro, facendoti venire voglia di approfondire la conoscenza dell’autore da cui proviene; ispira una riflessione profonda su cosa significhi avere una famiglia oggi, sul rapporto alienante col denaro e sull’irrinunciabilità della comprensione, della presenza, dell’affetto e – perché no? – della leggerezza nella crescita di un bambino.
Keita e Ryusei a 6 anni si trovano al centro della vicenda che li vede di volta in volta avvicinarsi o allontanarsi dalle proprie famiglie, perché in casi come questo non se ne sceglie una, ma se ne acquisisce una seconda.
Due coppie di genitori opposte per tanti, troppi versi, estrema lontananza che diviene addirittura movente dell’azione dolosa dell’infermiera da cui prende le mosse la storia, tuttavia come specifica il titolo originale, accomunate entrambe dalla figura caratterizzante del padre, come da tradizione giapponese, dal sapore vagamente maschilista. Ryota, un dirigente realizzato con pretenziose aspirazioni per il suo successore si incontra e si scontra con Yudai, un ferramenta arruffone ma bonario, dalla prole numerosa.
-Non credo che sia solo questione di tempo.
-Ma che dici? Per i bambini è solo questione di tempo.
-Non sono in tanti quelli in grado di fare il mio lavoro.
-E nessuno tranne te sa fare il padre di tuo figlio.
Questo dialogo serrato tra i due è il sunto perfetto del film: il tempo passato a giocare con i bambini è vitale per tutte le persone che vi partecipano, dedicarsi esclusivamente al lavoro è morire dentro e uccidere l’amore dei figli verso il genitore negligente.
"Devi avere un problema con la figura paterna" vaticina l’avvocato di Ryota quando gli viene da lui richiesto di avanzare la proposta di comprare suo figlio biologico dall’altra famiglia. La freddezza pare l’unico tratto ereditario: il padre e il nonno se la prendono con la scarsa abilità di Keita al pianoforte e ombreggiano il sangue diverso quale causa, quando è lampante come il loro sangue uguale li abbia incalliti nell’insensibilità, chi dedito al gioco e all’alcol, chi al lavoro, entrambi ben poco inclini al ruolo di padre.
La pellicola scorre per le sue due ore di durata con una lentezza impetuosa, come il torrente presso il quale Ryota dice a suo figlio Keita di amarlo meno di quanto faccia la nuova famiglia cui vuole affidarlo. Sopra di loro, in mezzo al fiume, incombe un macigno, sapiente simbolo fotografico di una relazione che si carica di un peso soverchiante. Contrappuntata dal fiore di carta senza più petali che il padre negligente rinviene tra le pieghe del divano, vecchio regalo di Keita che non vive più con lui e subito il suo sguardo si vela di rimorso. Un’altra scena fortissima che segna il cambiamento di rotta per Ryota è il silenzio rispettoso che rivolge al figlio dell’infermiera, che gli aveva inviato dei soldi per scusarsi; la sua intenzione era di correre a casa sua per dirgliene quattro, ma questo ragazzino non esita a ergersi a difesa della madre. Silenzio velato di invidia probabilmente. Infine giungono le lacrime catartiche quando per caso si accorge che la vera passione di suo figlio Keita è fotografare. Lui.
L'ennesimo parallelo pregno di significato è fra la fuga di Ryusei per ritrovare la famiglia in cui è cresciuto e quella che il suo padre biologico ammette di aver compiuto da piccolo per raggiungere sua madre.
Insomma un bellissimo gioco di rimandi e di crescita spirituale e familiare che si conclude lietamente con il suggerimento dell’unione dei due nuclei in una famiglia allargata.
Hirokazu Kore-eda è un regista ingiustamente misconosciuto in Italia, con il presente titolo ha incassato il premio della giuria a Cannes, la sua poetica tratteggia un Giappone incentrato sui rapporti sociali, inaspettato, riflessivo, certamente lontano dagli stereotipi di noi occidentali e dalle scene sanguinolente ed estreme di maestri dell’orrore targato Sol Levante come Takashi Miike o Hideo Nakata, i quali vanno per la maggiore quando si parla di cinema giapponese.
Chissà che questo suo successo non permetta anche ad altri autori “atipici” suoi connazionali di emergere.

Fabio Giagnoni