Ryuzo and his Seven Henchmen

23/03/2016

Titolo originale: Ryuzo to Shichinin no Kobuntachi
Regia: Kitano Takeshi
Cast: Tatsuya Fuji, Kitano Takeshi, Masaomi Kondo, Akira Nakao, Toru Shinagawa, Ben Hiura, Kojun Ito, Ken Yoshizawa, Akira Onodera, Masanobu Katsumura
Produzione: Giappone
Genere: Commedia
Anno: 2015
Durata: 125
Voto: 6.5


Dopo "Outrage" e "Outrage Beyond", sarcastici sberleffi rivolti ai suoi fan (ma anche ai critici), rimasti perplessi e spiazzati dalla magnifica trilogia che si era conclusa con "Achille e la tartaruga" (2008), Kitano Takeshi ritorna con una commedia amara e crepuscolare su una bizzarra banda di yakuza della terza età.
Lo "yakuza-eiga" declinato in chiave senile è fragile come le ossa di un anziano con l'osteoporosi, ma della gracilità conserva l'ironica grazia. Ryuzo e i suoi amici sono gli ultimi esemplari di una razza in via di estinzione, vecchi gangster alla Fukasaku Kinji sorpassati dalla storia. La yakuza dei grandi clan alla Yamaguchi-gumi e degli "oyabun" è stata soppiantata da asettiche corporation che agiscono nei limiti della legalità, o da bande di improvvisati cialtroni che tirano avanti smerciando futon e depuratori per l'acqua, arrotondando gli introiti mediante estorsioni e truffe telefoniche agli anziani. E proprio una tentata truffa ai danni di Ryuzo porterà quest'ultimo alla decisione di fondare una nuova banda, la Dragon One League, per punire i responsabili della Keihin Rengo gang. Il problema è che i settuagenari componenti del suo clan hanno perduto lo smalto della gioventù, rievocata in esilaranti flashback in bianco e nero, che rimandano ai classici degli anni '60 della Nikkatsu. Yoshiro, soprannominato "Mac" per la sua adorazione per Steve McQueen, porta sempre con sé una pistola carica ma non riesce più a sparare diritto; l'ex boss Mokichi truffa i passanti facendosi prestare i soldi per il taxi; Ichizo usa la sua celeberrima abilità di spadaccino per infilzare mozziconi di sigarette; Taka, imbattibile nell'uso del rasoio, ha le mani che tremano in maniera incontrollabile, e via discorrendo.
Ryuzo, mal tollerato dal figlio che si lamenta dei suoi tatuaggi e delle sue falangi mozzate, rappresenta anche l'estinzione di una certa tipologia di cinema. Vecchi gangster (e vecchi registi) sono accomunati dal fatto di aver quasi esaurito il tempo a loro disposizione, ma prima dell'obsolescenza definitiva serbano ancora l'energia necessaria per un estremo soprassalto d'orgoglio. "Ryuzo and his Seven Henchmen" è infatti cucito addosso al settantaquattrenne Tatsuya Fuji, la cui carriera ebbe inizio negli anni '60 proprio con gli "yakuza-eiga", prima di passare a Nagisa Oshima e Kiyoshi Kurosawa. Il burbero protagonista rappresenta la memoria storica di un genere al tramonto, e proprio in virtù del suo passato riesce a serbare la dignità anche nei frangenti più paradossali.
I sette samurai di Ryuzo sopportano con stoicismo gli oltraggi della vecchiaia e, tra una flatulenza e l'altra, rammentano con nostalgia i bei tempi di "Graveyard of Honor" e delle aggressioni a mano armata. Mentre si susseguono bordate di impervio umorismo nipponico e allusioni intraducibili, spiccano almeno due sequenze memorabili. La prima è quella nella quale gli arzilli vecchietti attribuiscono un punteggio a omicidi, estorsioni e rapine, nel tentativo di mettere insieme una sorta di curriculum criminale che possa condurre all'elezione del loro capo; la seconda, imbattibile per gelida assurdità, vede invece protagonista il cadavere del povero Mokichi, il quale viene bersagliato  dai colpi che si sferrano i contendenti. Tra queste due sequenze, ovvero tra la nostalgia ammantata di cinismo e il nonsense, oscilla come un pendolo "Ryuzo and his Seven Henchmen", facendosi perdonare anche i momenti imbarazzanti e meno riusciti.
Kitano Takeshi si ritaglia il ruolo di un "Cop" molto poco "Violent", una sorta di poliziotto-badante che cerca di tirare Ryuzo fuori dai guai, avvisandolo delle nuove leggi anti-yakuza. Il futuro è incerto, ma converrà raccogliere le energie residue per un'ultima battaglia, per un altro film. La prossima volta (forse) saremo morti.

Nicola Picchi