The White Storm

07/02/2014

Titolo originale: Sou duk
Regia: Benny Chan
Cast: Lau Ching-wan, Nick Cheung, Louis Koo, Yolanda Yuan, Lo Hoi-pang, Ben Lam, Treechada "Poy" Malayaporn, Berg Ng
Produzione: Hong Kong, Cina
Genere: Azione
Anno: 2013
Durata: 137
Voto: 6.5


So Kin-Chow, Ma Ho-Tin e Cheung Chi-Wai sono tre amici d’infanzia, diventati poliziotti della Narcotici. Chow, un agente sotto copertura,  viene convinto da Tin e Wai a partecipare a un’ultima operazione in Thailandia per arrestare Xin Guang Wei, il maggiore trafficante di eroina del Triangolo d’Oro. Purtroppo la trappola organizzata da Tin si risolve in un disastro, creando una frattura insanabile tra i sopravvissuti.
Poliziotto sotto copertura sull’orlo di una crisi di nervi? Check. Tre amici d’infanzia l’un contro l’altro armati, a causa di scelte difficili e tradimenti? Check. Lacrime e abbracci virili? Check. Riconciliazione sotto una pioggia di piombo? Ancora check.
Sembra incredibile che ci siano voluti ben cinque sceneggiatori per mettere insieme lo script di “The White Storm”, un film che può essere giudicato memorabile solo dai nostalgici più oltranzisti. Dichiarato omaggio alla poetica di John Woo, il film accumula spunti e citazioni dall’opera del maestro hongkonghese, soprattutto da “Bullet in the Head”, accontentandosi di muoversi all’interno di un canone consolidato senza fare il minimo tentativo di abbattterne le barriere, come hanno fatto Dante Lam o il migliore Soi-Cheang. Senza contare che l’intensità emotiva e il connubio di violenza e sentimentalismo tipici del cinema di John Woo restano un miraggio irraggiungibile per Benny Chan, un cineasta di professionalità estrema ma non certo un innovatore.
Un altro handicap riguarda quello che dovrebbe essere il fulcro del film, ovvero l’amicizia tra Chow, Tin e Wai, data tragicamente per scontata. I rapporti tra i protagonisti sono delineati in maniera alquanto superficiale, considerando che per manifestare l’intensità del loro legame i tre si limitano a canticchiare la sigla di una serie televisiva degli anni ’70, e Benny Chan è costretto, in mancanza di meglio, ad affidarsi a un paio di monologhi esplicativi di Nick Cheung che fanno l’effetto di una doccia fredda. Un po’ poco per invocare la mistica dei “Blood Brothers”, o per rendere minimamente credibile il viluppo di affetto e risentimento che dilania i personaggi. E così, viste le premesse, tutto quello che viene fuori dagli sforzi congiunti di regista e sceneggiatori non è altro che un dignitoso John Woo in versione “low-cost”.
La missione in Thailandia è una cesura netta che, oltre a dividere il film in due parti, un prima e un dopo, influenza e determina i destini dei protagonisti. Tin e Chow, oppressi dal senso di colpa per motivi differenti, hanno interrotto qualsiasi rapporto. Il primo, il quale si è assunto la responsabilità del fallimento dell’operazione, si occupa del lavoro d’ufficio, mentre Chow, che nel frattempo si è separato dalla moglie, è stato reintegrato in servizio diventando l’agente più in vista della Narcotici. Quando il gangster Tun-Kwan uccide il figlio di Xin Guang Wei impadronendosi di una partita di eroina, Tin e Chow vedono la possibilità di vendicarsi del loro vecchio nemico. Da qui in poi non resta che affidarsi alla benedetta sospensione dell’incredulità, accettando con benevolenza l’incredibile twist escogitato dagli sceneggiatori, lasciandosi condurre per mano verso l’inevitabile “heroic bloodshed” finale.
Lungo la strada, Benny Chan  costruisce tre efficacissime scene madri, che fanno decollare verso l’alto “The White Storm”, prima di inabissarlo di nuovo con una sparatoria in un Casinò di Macao che sembra la parodia di quella, molto simile, di “A Hero Never Dies”. Tre sequenze (il promontorio, il tetto dell’edificio, il capezzale della madre di Wai) ad incandescente temperatura emotiva, che giustificano l’ennesima ballata a base di tradimenti e amicizie infrante; momenti di solido cinema d’intrattenimento, che non sarebbero altrettanto riusciti senza due fuoriclasse come Nick Cheung e Lau Ching-wan tra cui, duole dirlo, Louis Koo fa la parte del proverbiale vaso di coccio. Lau è magnifico nel delineare il suo Tin, poliziotto segnato nel corpo e nello spirito, ossessionato dalla vendetta, ma è Nick Cheung a vincere la partita, anche perché il suo personaggio è assai più ambiguo e sfaccettato. E se alle volte per Benny Chan l’eccesso di sentimentalismo e pallottole si risolve in una “diminutio”, ci si può sempre consolare  rivedendosi l’opera omnia di John Woo.

Nicola Picchi