Unbeatable

22/01/2014

Titolo originale: Ji zhan
Regia: Dante Lam
Cast: Nick Cheung, Eddie Peng, Crystal Lee, Mei Ting, Li Feier, Andy On, Jack Kao, Philip Keung
Produzione: Hong Kong., Cina
Genere: Drammatico
Anno: 2013
Durata: 120
Voto: 7


Di ritorno a Pechino dopo una vacanza nello Yunnan, Lin Si Qi scopre che suo padre ha fatto bancarotta dopo una serie di investimenti sbagliati nel mercato azionario; Ching Fai, tassista di Hong Kong, è braccato dagli strozzini, i quali per rivalersi dei mancati pagamenti gli bruciano il taxi; Gwen Wong, sprofondata nella depressione dopo essere stata abbandonata dal marito, lascia annegare per disattenzione il figlio nella vasca da bagno. Tutti e tre si incontreranno a Macao, dove le loro vite cambieranno per sempre.
Dopo lo sconclusionato “The Viral Factor” (2012), Dante Lam ritrova tempra e lucidità con “Unbeatable”, un dramma di ambientazione sportiva che utilizza intelligentemente gli stereotipi del caso senza lasciarsene sopraffare. Anche senza tirare in ballo classici del genere pugilistico quali “Stasera ho vinto anch’io” di Robert Wise, la saga di “Rocky” o “Toro Scatenato”, basterà restare in ambito asiatico e rammentare “Crying Fist” di Ryoo Seung-wan o l’analogo (e malriuscito) “Fists of Legend” (2013), per intuire che avremo a che fare con lunghe sessioni d’allenamento e violenti combattimenti sul ring. Lacrime, sudore e sangue, insomma, uniti all’inevitabile ansia di riscatto del protagonista. Senza scordare, come gradito contorno, una buona dose di senso di colpa del medesimo, con relativa, catartica espiazione. Eppure, malgrado la prevedibilità degli assunti, Dante Lam è riuscito a prosciugare i clichè di qualsiasi retorica, concedendosi al massimo un asciutto sentimentalismo.
Come d’abitudine, quello del regista è un universo tutto al maschile, di solito strutturato su una coppia di antagonisti che si affrontano senza esclusione di colpi. Non c’è traccia di manicheismo, dato che i confini tra bene e male sono assai sfumati, e un disincantato fatalismo vanifica qualsiasi facile catarsi. Questa volta Lam e il suo fidato sceneggiatore Jack Ng scelgono di mettere in scena due personaggi complementari, Ching Fai e Lin Si Qi, ironizzando con sagacia sull’omoerotismo latente in questo genere di film. Ching, ex campione di pugilato finito in carcere per collusioni con la mafia, si rifugia a Macao per sottrarsi agli strozzini, trovando lavoro nella palestra dell’amico Tai-sui e riducendosi a dare lezioni di ginnastica a signore sovrappeso. Lin Si Qi, il quale lavora come operaio in un cantiere edile, decide di dare una svolta alla sua vita partecipando al Golden Rumble, un campionato di arti marziali miste (pugilato, kickboxing e prese a terra), e prega Ching di allenarlo per la competizione imminente. Tra Ching e Lin si sviluppa il classico rapporto tra maestro e allievo, mentore e pupillo, ed entrambi sono guidati non solo dalle necessità economiche, ma anche dalla voglia di autoaffermazione, dalla volontà di riscattarsi da un’esistenza alla deriva. Lin intende battersi per essere d’esempio al padre, precipitato nell’alcolismo dopo la bancarotta, dimostrandogli che rimettersi in piedi è sempre possibile, Ching per espiare il suo passato e i propri fallimenti. In questa diade virile s’inserisce il personaggio di Gwen, l’affittuaria di Ching. Dimessa da un ospedale psichiatrico dopo l’annegamento del figlio, Gwen si estrania dall’intollerabile frastuono della vita attraverso la musica che ascolta continuamente attraverso un paio di cuffie, e ha delegato la gestione della casa a sua figlia Dani, una bambina di dieci anni per cui Ching diventerà una sorta di padre vicario
Tutti elementi che potrebbero rivelarsi alquanto rischiosi se maneggiati da registi inclini al patetismo, soprattutto quando gli imprevisti scompaginano le carte e Ching assume sulle sue spalle un ruolo paterno, non solo nei confronti di Dani ma  anche in quelli di Lin. Ma Dante Lam mantiene il tocco leggero senza indulgere al melodramma, abbandonandosi semmai a una secca malinconia, come nelle sequenze sulle note di “The Sound of Silence” di Simon & Garfunkel. Se il sentimentalismo è aereo e rarefatto, persino nelle scene sul tetto dell’edificio con Ching e Dani, asciugato dalla chirurgica limpidezza della regia e del montaggio di Azrael Chung, le sequenze sul ring sono convulse e viscerali, com’è giusto che siano. La macchina da presa aderisce ai corpi sudati dei contendenti, ci fa provare il dolore dei colpi ricevuti, per poi distaccarsene con un subitaneo stacco di montaggio, permettendoci così di condividere anche l’eccitazione del pubblico. E proprio la fluida fusione tra drammi individuali e competizione sportiva è il principale punto di forza di “Unbeatable”, rara dimostrazione di come si possa fare del cinema di prima classe anche partendo da presupposti generici e stereotipati.
Si fanno notare inoltre la colonna sonora “sdrammatizzante” di Henry Lai e la magnifica fotografia di Kenny Tse, giostrata su una palette di colori caldi e ambrati, nonché la buona prova del taiwanese Eddie Peng. Superlativa l’interpretazione di Nick Cheung, attore che cresce di statura da un film all’altro, sommesso e credibilissimo nel ruolo del pugile di mezza età. Cheung è stato premiato come Miglior Attore allo Shanghai International Film Festival, mentre Crystal Lee (Dani) ha ricevuto il premio come Miglior Attrice, degno corollario a quello che è stato il maggior successo hongkonghese del 2013.

Nicola Picchi