
Sconfitti
o no, alcuni uomini hanno in sorte di morire da
Eroi. Non tutti, ahimè. Non è il
caso di Ludwig. La sua dichiarazione di diversità
ha la mielosa innocenza di un povero ragazzo impaurito
e idealista, la sua condotta di Sovrano è
all’insegna del delirio e la sua fine è
in un paludoso acquitrino dopo essere stato giudicato
inabile al regno da una pazzia più vicina
alla lascivia che alla mania di onnipotenza.
Insomma, come personaggio di Shakespeare non avrebbe
fatto una gran figura nemmeno al fianco di quel
bamboccio edipico di Amleto, ma la pietà
che Visconti riesce a suscitare attorno a lui
è struggente e disperata.
Letteralmente fregato da qualunque essere vivente
gli passi accanto, tristemente barricato nel suo
oscuro mondo di arte e di sogno, Ludwig declina
verso la follia mano a mano che entra in contatto
con l’universo terrestre degli uomini. Ogni
tentativo di iniziarlo all’esistenza fallisce
e non fa che condurlo sempre più innanzi
verso la disgiunzione tra sé e gli altri.
L’accanimento con cui alcuni membri del
governo lo osteggiano e lo deridono sembra, dopo
ben quattro ore di dolore e di estetizzante pellicola
fatta di eleganze decadenti, condannarlo ad una
tetra solitudine infantile. Dopotutto Ludwig non
cerca altro che una collocazione della sua genealogica
grandezza nel mondo dei comuni mortali, o di come
il mondo appare allo sguardo annebbiato o geniale
dei diversi. Uno sguardo che è narcisistica
constatazione della propria drammatica debolezza
emotiva. “Povero dottore… condannato
a studiarmi! Ma io voglio essere un mistero, per
sempre un mistero”.